Da Sushirrito al Cronut, in Usa è “cibo mutante” mania

Da Sushirrito al Cronut, in Usa è "cibo mutante" mania
Un Sushirrito 

Creati da chef blasonati, le nuove pietanze da fast food sono un incrocio di etnie e tradizioni. Così il sushi giapponese incontra il burrito tex-mex e il croissant si unisce al donut

di PAOLO PONTONIERE

ALLA SCOPERTA di tendenze culinarie urbane negli Stati Uniti? Provate con i “Mutant Foods”, i cibi mutanti. Tranqulli non parliamo di Ogm ma della definizione con la quale le rubriche culinarie americane classificano le nuove forme di fast food in auge correntemente tra le tribù metropolitane statunitensi. Si tratta di soluzioni gastronomiche concepite da cuochi emergenti che, da San Francisco a Manhattan, stanno sfornando i simboli culinari di una nuova generazione di consumatori americani. E lo stanno facendo dando una sterzata creativa, e una nuova veste, ai fast food appartenenti alle tradizioni culinarie delle etnie che formano il grande pastone umano statunitense.

Così, se per i babyboomer erano stati gli hamburger, l’hot-dog e le French fries a caratterizzare lo loro epoca, per i Millennial saranno il Sushirrito, il Ramen Burger e il Pizzabon. E dal momento che i Millennial, secondo Scratch (il braccio investigativo della conglomerata mediatica Viacom), raggiungeranno l’apice del loro potenziale economico proprio nei prossimi anni, i cibi che scelgono oggi plasmeranno l’industria del cibo veloce per decenni a venire.

Intanto, ignari dell’impatto che stanno già esercitando sui profitti di fast food come la McDonald’s  (-4% nel mese di febbraio) e Yum! Brands (-6% rispetto al massimo annuale del 2014), i Millennial esibiscono un appetito insaziabile per pietanze fusion in grado di coniugare i sapori pittoreschi delle cucine etniche con le necessità del consumo di massa. Pur di mettere i denti su un Sushirrito o un Cronut, fanno la fila per ore a Downtown San Francisco nel primo caso e Manhattan nel secondo. Cosa non insignificante visto che secondo il Millennial Disruption Index – un sondaggio sulle abitudini e i consumi dei Millennial – gli hipster (una sottospecie dei Millennial tipica di ambienti urbani come New York, Chicago e San Francisco) piuttosto che fare la fila, per esempio in banca, si farebbero tirare un dente. Ciò nonostante a Technology Alley a Manhattan e a SoMa a San Francisco, le code di techie e startuppisti che fanno la fila durante l’ora di pranzo per comprare un Sushirrito fanno il giro dell’isolato.

Inventato da Peter Yen, innovatore californiano con background in biologia molecolare e un master in business alla prestigiosa Kellogg School of Management, il Sushirrito fonde in una sola confezione la tradizione culinaria giapponese con quella messicana combiando il burrito – che già di per sé è più un cibo tex-mex che messicano – con il sushi. Nella nuova versione il nori – la foglia d’alga che avvolge il sushi – viene usata come se fosse la tortiglia di un burrito e gli ingredienti tradizionali del piatto giapponese come il pesce, l’avocado, il cetriolo, i granchi e i gamberi sono mescolati con i fagioli, il coriandolo, le salse piccanti e le carni tipiche del fagottino messicano. E sebbene Yen avesse immaginato un cibo che si potesse consumare “alla staffa”, come gli hamburger delle varie catene di fast food americane, le somiglianze tra il Sushirrito e il Big Mac finiscono proprio qui. Primo, perché il Sushirrito ha un’anima ecologica. Yen, che si preoccupa del prosciugamento delle peschiere mondiali e del rischio di estinzione rapida che corrono numerose specie ittiche, ha infatti creato il Sushirrito per diminuire il consumo di pesce a livello statunitense. E secondo perché gli ingredienti sono tutti prodotti localmente, facendo del Sushirrito uno dei primi fast food locavore-friendly degli Usa, ovvero, accettato da consumatori che prediligono cibi naturali e prodotti esclusivamente nella loro regione di residenza. ll Geisha Kiss – il bacio della Gheisha – con tonno monaco pescato alla lenza, tamagoyaki (una frittata d’uova con sake dolce e zucchero), peperoni piquillo, caviale tobiko tinto di yuzu, semi di loto grattugiati, cetrioli sottaceto, lattuga e avocado è tra i Sushirrito più richiesti.

E se a San Francisco spopola la fusione nippomessicana, nella Grande Mela vanno per la maggiore il Cronut (croissant e donut in una sola confezione) del parigino Dominique Ansel e il Ramen Burger del californiano Keizo Shimamoto. Arrivato negli Usa dopo aver guidato l’espansione internazionale di Fauchon – uno dei maggiori distributori di cibo gourmet francese – grazie ai suoi dolci, Ansel si è immediatamente conquistato il titolo di Willy Wonka di New York City mentre i suoi dolci, e la sua pasticceria di SoHo, sono diventati meta di pellegrinaggio di newyorchesi e turisti in cerca di un’esperienza indimenticabile. Prodotto con un processo brevettato il Cronut, che usa una lamina di pasta simile a quella dei donut – una sorta di ciambella fritta – somiglia più a una zeppola di San Giuseppe sposata con una sfogliatella riccia che a un cornetto. Prodotto in tiratura limitata, non più di 1000 al giorno, ha un sapore che varia a seconda del mese: a marzo sa di latte, miele e lavanda; a maggio di rosa e vaniglia; ad agosto di cocco; a settembre di fichi e mascarpone e a ottobre di zucca. In occasioni speciali, come per esempio Halloween, un Cronut alla zucca al bagarino può arrivare fino a 100 dollari, regolarmente ne costa solo cinque.

Nel caso del Ramen Burger, Shimamoto ha sostituito il panino nel quale il burger fa da companatico con due frittattine di ramen. Il ramen, un tipo di fettucine di grano tradizionali della cucina giapponese, è singolarmente famoso tra gli startuppisti della Silicon Valley. Infatti, quando si parla dello stipendio degli startuppisti, si finisce sempre con l’osservare che lavorano per “ramen money”, ovvero, che ricevono uno stipendio che, pagate tutte le spese (incluso l’affitto generalemente da capogiro), gli lascia fondi sufficienti solo a comprare alcune bustine di ramen da pochi dollari. Proprio Shimamoto, che ha passato gran parte della sua vita a fare il pendolare tra Tokyo e Los Angeles, prima di dedicarsi alla ristorazione faceva il programmatore nella Silicon Valley. Tornato negli Usa dal Giappone, dopo aver passato quattro anni a studiare il ramen con il suo inventore, Ivan Ramen, Shimamoto ha sviluppato un metodo segreto per formare i ramen in una frittatina perfetta. Oggi, oltre a fare il giro del mondo promuovendo il suo fast food, Shimamoto gestisce anche Ramen.Co, un ristorante specializzato in ricette giapponesi di zuppe di spaghetti.

Continuando con gli spaghetti, non si può non menzionare il Burrissimo. Di ispirazione italoamericana, questa pietanza fonde le tradizioni culinarie dei nostri immigrati in America con quelle dei messicani. Lanciato da Burrissimo di Costa Mesa, un nuovo tipo di ristorante italiano definito fast-casual, il Burrissimo contiene spaghettini invece di riso e può essere servito anche con le polpette. Invece che con la classica tortiglia messicana, come con il burrito, il companatico può essere anche avvolto in piadine morbide. Nato in California poco più di un anno fa, malgrado il ristorante che l’ha lanciato sia oramai chiuso, il Burrissimo sta gradualmente affermandosi anche in altri stati americani e, dal momento che arriva anche in confezioni senza glutine, si sta affermando anche tra i paleo-dietisti e i celiachi.

Nella categoria fast-casual italiano rientrano anche Pizzabon e Pizzaburger. Di origine georgiana – lo si trova per adesso solo ad Atlanta – il Pizzabon è simile a un fagottino alla cannella. Famosa per i suoi bon bon di pasta frolla alla cannella, la Cinnabon – l’azienda che l’ha creato – con questa innovazione intende spingersi in una zona del mercato fino a ora dominio esclusivo dei fast food e delle pizzerie. Farcito di salsa, salame e mozzarella (quella Americana) il Pizzabon assomiglia a un piccolo timballo di maccheroni. Un quarto di carne triturata, pancetta, salame, formaggio e mozzarella, il Pizzaburger, invece, è stato introdotto inizialmente a Boston dalla catena Restaurant & Sport’s. Simile a una pizza ripiena e farcito con lattuga, pomodoro fresco e sottaceti, adesso è ritrovabile da Boston a Los Angeles in tutti i ristoranti del gruppo.

Fusione nippomessicana anche al ristorante di tendenza newyorchese Taka Taka, che ai suoi clienti offre il taco e la tostada sashimi con tortilla vegetale, avocado, salsa chipotle (un tipo di peperoncino affumicato), fagioli fritti, salsa fresca e carne scelta.

Sebbene inzialmente siano state colte in contropiede dall’avvento dei nuovi fast food urbani, le aziende storiche del settore non hanno tardato a introdurre anche loro dei piatti fusion nel loro menu. La Applebee’s – una grande catena di diner presente soprattutto lungo le autostrade Usa – ha lanciato di recente il Quesadiglia Burger, che si rifà alla tradizione culinaria messicana. La Taco Bell, leader del fast food messicano appartenente alla conglomerata Yum! Brands (la stessa allla quale appartengono anche Kentucky Fried Chicken e Pizza Hut) ha invece lanciato il Wafer (cialda) Burger per colazione e le patatine taco per pranzo. La Kentucky Fried Chicken – anche lei Yum! Brands – invece di introdurre una nuova pietanza ha lanciato la Scof-ee Cup, una tazza del caffè commestibile. Anima in biscotto wafer avvolto in carta di zucchero e rivestita internamente di cioccolato bianco, la Scof-ee  Cup ha il doppio obbiettivo di aggiornare l’immagine pubblica della catena e ridurre allo stesso tempo i rifiuti prodotti dai suoi ristoranti.

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Officine Post-Industriali: Diamond Dogs. Il PAN celebra la Napoli/No New York degli anni ’80

Si apre al PAN di Napoli il 14 Marzo prossimo venturo Diamond Dogs, una mostra dedicata alla Napoli/ No New York degli anni ’80.

Una stagione questa nella quale i Selvaggi Napoletani–giovani artisti e performers che emersero inaspettatamente dal ventre ribollente della citta’ post-sisma irpino–diedero il via ad una rivoluzione culturale che si sforzo’ di rimmettere la citta’ sulla mappa dei percorsi culturali internazionali. Il Diamond Dogs, che con il Pulsar fu uno dei principali crogiuoli cultural/musicali di quella stagione magmatica, sustanzia l’esperienza di una Napoli e di una generazione che cercarono disperatamente di arginare la piena montante di illegalita’ e l’asfissia qualunquistica che si stavano abbattendo sulla citta’ e che eventualemente–complice lo sfascio socio-economico di stampo DemoSocialista–condussero all’affermazione dei grandi gruppi criminali, all’edonismo e alla Terra dei Fuochi. Scritti di Causano, Caramiello, Vacalebre, Montesano, Piccolo, Digne e Pontoniere.

18-19.

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In una Napoli post terremoto, dominata dall’opprimente potere demosocialista un gruppo di giovani “eroi” scopre, trasforma ed inaugura (era l’11 giugno 1984) nelle viscere della città, al Cavone, il posto che per molti anni segnerà una tappa obbligata per tutti quelli, ed erano veramente tanti, che volevano Vivere….vivere tutto, di tutto ed a qualunque costo. Se vuoi capire, rivivere tutto questo visita la mostra che inaugurerà nei saloni del PAN il 14 Marzo alle 17 (fino al 23 Marzo) e che vuole provare a raccontare tutto quello che era il DD attraverso le fotografie di Toty Ruggieri, i video di Antonio M G Piccolo , le opere di Lucia Gangheri e Enzo Palumbo, le tracce delle performance di Salvatore Cantalupo le locandine dei concerti e degli eventi oltre ai documenti del collettivo creativo del DD che sognò e segnò un’ altra Napoli “Ciliegina sulla torta” della serata inaugurale – ora come allora – il concerto dei Bisca (ore 20.00) una delle band che più assiduamente frequentò il palco del DD. La sonorizzazione sarà a cura di Infermerie Musicali e Mattia Cusano. (Claudio de Cristofaro)

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Obama: Grande Alleanza contro gli hacker

 

Defezioni eccellenti al Summit presidenziale sulla cybersicurezza e la crittografia a Palo Alto: mancavano Google, Facebook, Yahoo! e Oracle. Il 
presidente lancia il suo appello e dice: serve collaborazione, trasparenza e più fiducia nelle istituzioni. Tim Cook (Apple): ma la privacy dei nostri clienti non si tocca

di PAOLO PONTONIERE

 

PALO ALTO (California) – Nelle intenzioni della Casa Bianca il vertice sulla cybersicurezza e la protezione dei consumatori – Summit on Cybersecurity and Consumer Protection – alla Stanford University di Palo Alto doveva essere un’occasione per superare le polemiche. Quelle, per esempio, sull’indebolimento dei parametri per la criptazione che oppone l’Esecutivo a quasi tutte le maggiori aziende statunitensi dell’alta tecnologia. Ma non solo: l’incontro sperava di lanciare una nuova era di collaborazione tra il pubblico e il privato negli Stati Uniti.  Per varare, nelle parole di Jeff Zients, capo del Consiglio Economico del presidente, un nuovo Piano Marshall teso a bonificare la grande palude dell’Internet. Insomma, Obama aveva caratterizzato fortemente il vertice di Palo Alto come una chiamata alle armi che intendeva porre la questione della sicurezza dei network computerizzati e dell’internet all’apice dell’agenda politica della nazione. Ma non è stato così. La Grande Alleanza ipotizzata da Washington non si è materializzata. E se Tim Cook, CEO della Apple e i CEO di American Express, Bank of America, Mastercard, AIG, Pacifc Gas and Electric e il presidente della Intel hanno partecipato all’evento, assordante è suonata l’assenza dal summit di aziende come Google, Facebook, Yahoo! e Oracle che, quando si viene alla cibersicurezza e alla protezione online dei consumatori, sono di gran lunga più importanti di qualsiasi costruttore di microchip o istituzione finanziaria.
 

Lo scenario. Il meeting di Palo Alto arriva in una fase in cui molti nella comunità tecnologica americana esprimono forti preoccupazioni per il tentativo del governo americano di indebolire gli standard della criptazione delle informazioni personali sull’internet. E sebbene si fosse creata una convergenza di intenti tra la Casa Bianca e i grandi del web gli entusiasmi, anche a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden, si sono progressivamente raffredati. Le visite di Obama a Facebook nei primi anni della sua amministrazione sono ormai un ricordo del passato come pure le frequenti puntate a Washington dei CEO delle maggiori aziende hi-tech Usa, appena qualche anno fa.

Il braccio di ferro. Lo scontro tra il governo e le aziende hi-tech ha raggiunto livelli di una tale durezza che lo stesso Cook, rivendicando il diritto della Apple a criptare i dati dei suoi clienti, di recente aveva affarmato che il governo l’avrebbe dovuto portare via in una bara prima di convincerlo ad aprire una backdoor che potesse essere usata dai “federali” per accedere ai prodotti della sua azienda. E l’intervento del CEO della Apple al Summit di Paolo Alto non si è discostato di molto da questa linea. Malgrado il fatto che abbia a sostenuto anche lui la necessità di stabilire livelli più alti di collaborazione tra il governo, le aziende hi-tech e gli operatori che devono difendere i loro network dagli attacchi degli hacker, delle spie e dei terroristi, Cook non ha mancato di sottolineare che le aziende hanno il dovere di proteggere i dati dei loro consumatori da intrusioni non autorizzate – e quindi anche da quelle governative – e che per tantissime persone difendere la propria privacy può diventare una questione di vita o di morte.

Cook: “Privacy a rischio, dobbiamo difenderla”. Il numero 1 di Apple, che l’anno scorso ha rivelato di essere gay, è consapevole dei rischi che un cittadino corre quando le sue informazioni personali finiscono nelle mani delle persone sbagliate. “Viviamo ancora in un mondo in cui non tutti sono trattati alla stessa maniera”, ha detto Cook durante il suo intervento. “Molta gente non può praticare la propria religione o esprimere la propria opinione liberamente o amare chi gli pare. Ad esserre a rischio non è solo la privacy, se non le proteggiamo mettiamo a rischio il nostro modo di vivere”.

Usa nel mirino degli hacker. E probabilmente la stragrande maggioranza degli americani, più di qualsiasi altro popolo, ha la percezione di come un cyberattacco possa stravolgere la vita di una persona. Secondo dati della Price Cooper Waterhouse (think-tank socio economica americana) resi noti dal Ministro del Commercio USA durante il meeting di Paolo Alto, nove americani su dieci hanno perso fiducia nel mondo digitale e sono convinti di aver anche perso il controllo della loro privacy e dei loro dati personali. Nel 2013 i conti  di oltre 100 milioni di consumatori statunitensi sono stati oggetto di hackeraggio. Nel 2014 oltre 15 milioni americani hanno subito il furto della loro identità. Secondo Jeh Kohnson, Segretario del Dipartimento di Sicurezza Nazionale americano, dal 2009 ad oggi i cyberattacchi nei confronti di aziende USA e dell’infrastruttura del paese sono aumentati di 5 volte mentre il 2105 con il recente hackeraggio dei dati personali di 80 milioni di assicurati di Anthem – una delle maggiori assicurazioni sanitarie USA – si avvia a stabilire un record storico.
Obama: “Internet è come il selvaggio West”. “Tutti vogliono che il governo faccia lo sceriffo ma nei fatti siamo tutti online, e siamo tutti vulnerabili. I dirigenti aziendali presenti a questo meeting vogliono essere protetti pure loro e i loro figli, proprio come i consumatori e gli attivisti per la privacy. Vogliamo tutti che l’America continui a guidare il mondo nello sviluppo tecnologico salvaguardando la sicurezza e prevenendo altri attacchi. Ma il settore privato deve fare di più per bloccare i cyberattacchi contro gli Stati Uniti”. La sicurezza dei network digitali non è una questione di partito e non è semplicemente una questione aziendale, ha sostenuto poi Obama, sottolineando che il governo americano è pronto a fare la sua parte promuovendo la collaborazione tra tutte le figure sociali nella lotta ai cyberattacchi, agli hacker e al ciber terrorismo. La cybersicurezza, ha aggiunto il presidente Usa, non è solo importante per gli individui e le famiglie ma è anche vitale per la crescita economica e morale del paese. “La cibersicurezza non è una cosa che può fare nemmeno il governo da solo, deve essere il frutto della collaborazione tra tutte le parti sociali”, ha continuato Obama ribadendo i motivi che hanno indotto il governo a chiedere alle aziende americane di aprire le proprie banche dati agli esperti governativi.

Americani diffidenti. Ma riuscire a convincere i privati a diventare partner del governo a Silicon Valley è più facile a dirsi che a farsi. Le rivelazioni di Snowden realtive allo spionaggio tecnologico del governo USA nei confronti dei suoi cittadini e delle sue aziende, unite alle continue violazioni registrate dalle compagnie statunitensi – da Wall Mart, a Target passando dalla Sony e Home Depot – hanno intaccato profondamente la fiducia degli americani. Ed è proprio la fiducia che deve essere ristabilita ha riconosciuto Obama. “E’ la fiducia che tiene assieme il paese”, ha continuato Obama. Fiducia nel suo sistema bancario, nel suo sistema sanitario, nel suo sistema per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e nelle sue forze armate. “Quando si parla di sicurezza ciberentica si parla di fiducia”, ha affermato Obama invitando tutti i presenti a lavorare assieme per stabilire quella che ha definito la costanza dei valori. Bisogna definire dei principi cardine che regolino i rapporti tra i cittadini le aziende e le istituzioni, ha aggiunto il presidente, comprendendo che questi rapporti non possono essere stravolti ogni volta che si presenta una nuova minaccia e che allo stesso tempo non possono rimanere immutabili di fronte a cambiamenti tecnologici e sociali radicali.

I quattro princìpi di Obama. Sono quelli sui quali si deve fondare proprio la nuova iniziativa comune che il presidente auspica. Eccoli: neutralità della rete; circolazione diffusa e tempestiva delle informazioni sui nuovi cyberattacchi e particolarmente dei dati tecnici e del profilo degli hacker; collaborazione tra pubblico e privato; immunità legale per le compagnie che informano il governo. E per provare agli astanti che il governo intende lavorare seriamente con i cittadini, le aziende di Silicon Valley e le università Obama ha scelto di firmare proprio a Palo Alto – e durante i lavori del Summit – un decreto presidenziale per facilitare l’accesso da parte delle aziende private alle informazioni sui cyberattacchi in possesso di organismi governativi come la National Security Agency. Agenzia questa che fino ad oggi non solo se le è tenute segrete ma che anzi ha attivamente cercato di scoprire le falle nei software delle aziende americane, comprandole dagli hacker al mercato nero.

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Diario del Consumer Electronic Show 2015

 

Folli, geniali, divertentI: le innovazioni indipendenti al Ces 2015

Folli, geniali, divertentI: le innovazioni indipendenti al Ces 2015

prodotti interessanti presentati al Digital Experience e al Showstopper, i due happening a margine della grande rassegna tecnologica americana

di PAOLO PONTONIERE
 
LAS VEGAS – Si chiamano Digital Experience e Showstopper, sono due happening indipendenti del Consumer Electronic Show di Las Vegas, la fiera che si è conclusa il 9 gennaio – e sono un must per l’analista (e l’operatore) che voglia avere una visione delle maggiori novità e sopratutto accedere a tutto ciò che è considerato avveniristico durante il CES. Infatti un numero crescente di piccole startup e compagnie ai primi passi scelgono di partecipare proprio a questi di due eventi piuttosto che essere presenti con uno stand nei padiglioni cavernosi e super affollati della fiera, dove rischiano di passare innosservate nell’atmosfera da Grande Barnum del CES.

Eventi, questi, che si svolgono in una atmosfera spettacolare, regolarmente a tema – quest’anno Digital Experience aveva scelto per esempio i ruggenti anni ’80 per sottolineare il ritorno al futuro del consumo elettronico – Showstopper eDigital Experience offrono quindi agli emergenti la possibilità di conquistarsi un posto al sole a fanco dei giganti dell’industria e una eco mediatica. Così aziende che producono innovazioni decisamente singolari come le suole di scarpa che riscaldano i piedi e controllano il battito cardiaco, uno skate a metà tra l’hoover e la monobicicletta, una sorta di Segway tascabile e il fucile che fa centro senza bisogno di pendere la mira riescono a superare il rumore di fondo creato dal barrage di conferenze stampa organizzate dalla majors e a farsi sentire anche loro dalle migliaia di giornalisti presenti allo show. Esamianiamo di seguito alcune delle più interessanti e astruse innovazioni esposte ai due eventi.

Digitsole
E’ una startup francese a creatrice l’omonimo plantare bluetooth, gestito da app iOS e Android, in grado di riscaldare la scarpa, contare il numero di passi, rilevare il battito cardiaco e le calorie consumate dal suo utente durante la giornata. L’anno scorso Digitsole lanciò una campagna di crowdfunding che gli fruttò abbastanza fondi per passare dalla fase sperimenatle alla produzione di massa. Il plantare ‘intelligente’ di Digitsole sarà messo in vendita a partire dalla fine di gennaio in Europa e negli Stati Uniti al costo di 200 dollari, un modello da 75 sarà disponibile per coloro ai quali il riscaldamento dei piedi non interessa.

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Onewheel
Della Future Motion, una startup di Palo Alto in California. Pure questa reduce da una campagna crowdfunding di grande successo, è skateboard elettrico con una sola ruota centrale con caratteristiche da hovercraft che si equilibra da solo. Naturalmente bluetooth, con app iOS/Android, per offrire feedback su accelerazione, equilibrio e carica delle batterie.

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R2
Sembra quasi il nome di uno dei robot di Guerre Stellari ma si tratta di un veivolo simile al Segway. Creato dalla Inmotion, l’R2 è uno scooter che si auto bilancia su due ruote. Munito di app e collegamento bluetooth, si collega automaticamente a una comunità di users non appena lo si accende e si ottengono così informazioni sulla viabilità, eventi, rotte preferite ed altro. Dotato di un localizzatore GPS può essere programmato per funzionare solo all’interno di un’area preselezionata, così che gli utenti in erba non sfuggano al controllo dei loro genitori. Quest’anno al CES Inmotion ha introdotto anche l’SVC, una monoruota che pare essere uscita dalle tasche di Eta-Beta, e che trasforma l’utente in una sorta di Mercurio con le ali ai piedi.

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Melomind
Quando si dice “ho una musica in testa”. Della myBrain, si tratta di una sorta di fascia per capelli munita di sensori che dopo aver misurato le onde cerebrali di una persona – come accadrebbe con un elettroencefalogramma – crea composizioni musicali personalizzate destinate a farla rilassare. In vendita a 299 dollari a partire dalla fine dell’anno deve essere abbinata via Bluetooth con uno smartphone e un paio di auricolari, così che si possono ascoltare le sinfonie che compone il proprio cervello.

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Ring
E sebbene non esca dal Signore degli Anelli dà comunque un’idea di come ci si sentirebbe a possedere un anello magico. Della Logbar Inc. di San Francisco – in realtà sussidiaria di un’azienda giapponese – il Ring (lo dice il nome stesso) è un telecomando universale a forma di anello e permette di controllare gli oggetti con un semplice gesto della mano. Ovviamente bluetooth e dotato da app iOS/Android si accoppia con oggetti intelligenti e tutti i sistemi di comunicazione mobile. Al prezzo di 270 dollari sarà in vendita a partire dalla fine di marzo.

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Air2 Squared
E’ il primo speaker della storia musicale in grado di levitare sospeso su una base controllata remotamente – via bluetooth – da uno smartphone. Della AxxessCe, una startup che ha rilevato la Coby Electronics di New York, si distingue prevalentemente per la sua capacità di levitare che ne fa un curioso oggetto di culto e può essere integrato da auricolari stereo, cuffie, speaker bluetooth, radio-orologio e CD player. Alla fine combo completo la line Air2 può costare oltre i 300 dollari.

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Belty
Della stratup parigina Emiota, è la prima cintura per pantaloni intelligente che controlla l’ampiezza dei fianchi di una persona avvisandola di quando è tempo di perdere peso. La cintura si allarga automaticamente quando diventa troppo stretta per la delizia di coloro che amino sedere a tavola.

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Elio
Una tre ruote, due posti (in tandem) che somiglia vagamente a un grillo, questa macchina dall’aspetto e dalla progettazione avveniristica è in grado di viaggiare oltre 50 chilometri con un solo litro di benzina. Della Elio Motors è stata costruita per sicurezza e convenienza: dispone di crumbling zones, 3 air bag, una gabbia anticapotaggio rinforzata e costa poco più di 6 mila euro.

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TrackingPoint
Con il fucile Trackingpoint anche i ciechi possono fare centro. Munito di laser, giroscopio, accelerometro, magnetometro, display elettronico e software proprietario in Linux OS, una volta puntato il fucile spara da solo colpendo cento volte su cento il suoo bersaglio. Basta puntarlo una sola vota sull’oggetto che si vuole colpire e l’arma obbedisce, anche quando il bersagli si muove a velocità di circa 50 chilometri l’ora.

Folli, geniali, divertentI: le innovazioni indipendenti al Ces 2015

IGrow
Della Aspira Science, l’iGrow è un’altro casco intelligente, questo piuttosto che comporre musica aiuta un calvo a ricrescere i capelli. Approvato dalla FDA, e sostenuto da studi clinici, iGrowth usa il laser rosso  e la luce di diodi LED per stimolare i bulbi capillari e causare la ricrescita dei capelli, usato dalle tre alla 4 volte alla settimana dovrebbe invertire la alopecia nel giro di 6 mesi.

Folli, geniali, divertentI: le innovazioni indipendenti al Ces 2015

E la Cina sbarca a Las Vegas mentre il Ces si prepara per Shanghai

Le strategie delle aziende che vengono dal più popoloso Paese del mondo. Con i loro prodotti hanno ormai conquistato la platea della maggiore kermesse tecnologica americana che da ques’anno avrà una coda proprio in Cina

di PAOLO PONTONIERE

 
E la Cina sbarca a Las Vegas mentre il Ces si prepara per Shanghai
D’ACCORDO, Xiaomi, il gigante della telefonia mobile cinese con 61 milioni di telefonini venduti nel solo 2014, ha dato forfait al Ces decidendo invece di presentare il suo attesissimo Mi5 il 15 gennaio al National Conference Center di Pechino. Ma la presenza cinese a Las Vegas è imponente e significativa, non meno preoccupante per i big dell’hi-tech di quanto fosse stata l’anno scorso, quando Hisense catturò l’attenzione internazionale con le sue HD OLED TV. Presenti con stand che sembrano essere stati concepiti più per un’esposizione universale che per una convention di settore, le aziende cinesi – con un susseguirsi di conferenze stampa in stile hollywoodiano – non fanno mistero del loro desiderio di conquistare una posizione di rilievo nel cuore dei consumatori statunitensi, casomai scalzando aziende come la Apple e Samsung.

ZTE, Lenovo, TLC, Huawei, Hisei: la line-up cinese dell’industria hi-tech di Pechino a Las Vegas è questo. Messe assieme queste aziende fanno da spartiacque a una miriade di compagnie medie e piccole che arrivano al Ces sperando di riuscire coi loro prodotti a fugare i timori di spionaggio industriale e le accuse di competizione sleale per cui le aziende cinesi sono spesso nel mirino. Proponendo il più delle volte prodotti di buona qualità, economici e costruiti in partnership con corporazioni statunitensi, le nuove arrivate cercano di dimostrare che, più che mirare ad accaparrarsi fette di mercato, stanno cercando di stabilire una partnership di mutuo vantaggio. Una strategia, questa, che secondo High Tech: The New Wave of Chinese Investments in America – un rapporto della Asia Society e del Rhodium Group – non è per nulla dissimile a quella che adottarono i giapponesi un trentennio fa quando comincarono a penetrare il mercato statunitense: partiti in sordina e frenati allora da una grande diffidenza culturale oltre che da un’aperta avversione razziale da parte degli statunitensi, adesso gli operatori economici giapponesi controllano oltre 300 miliardi di dollari di investimenti negli Usa e sono responsabili della creazione di oltre 700mila posti di lavoro. Certo, i 6 miliardi annui di investimenti diretti cinesi in America e i 26mila posti di lavoro da questi creati impallidiscono al paragone di quelli giapponesi e di altre nazioni asiatiche come la Corea del Sud, ma tutti insieme contribuiscono di fatto a creare un’impressione postiva tra gli statunitensi. Favorendo al tempo stesso la nascita di alleanze commerciali con aziende Usa che finiscono col trasformare i marchi cinesi – una volta sconosciuti negli States – in oggetti di desiderio dei consumatori per americani, come nel caso della ZTE.

Produttrice di smartphone dall’apparenza generica (ben 68 modelli differenti) e di basso costo, la ZTE è riuscita a stabilire un rapporto strettissimo con le maggiori compagnie telefoniche statunitensi e a far entrare i suoi prodotti nelle case di 20 milioni di americani. Nel 2013 la ZTE ha siglato un accordo con gli Houston Rockets, un team di basket che da quando Yao Ming è diventato una star della pallacanestro (ha giocato nella squadra Nba fino al 2011 e ora si è ritirato) si rivolge specificamente al pubblico asiatico-americano. La partnership è stata così efficace dal punto di vista dell’incremento delle vendite che adesso ZTE sponsorizza anche i Golden State Warriors di Oakland in California e i New York Knicks, altri due colossi della palla a spicchi. Al Ces ZTE quest’anno ha presentato il Grand X Max+, un telefonino da 199 dollari per il consumo prepagato che sarà commercializzato a partire da questo mese da Cricket, uno dei più innovativi vettori della telefonia mobile low cost degli Stati Uniti. Malgrado sia a buon mercato, l’apprecchio esibisce tutte le caratteristiche proprie dei telefonini “gourmet”: schermo da 6 pollici ad alta definizione; una camera anteriore da 5 megapixel e una posteriore da 13 megapixel; un chip Snapdragon 400 della Qualcomm e uno storage interno da 16 gigabyte. “Non sono molte le compagnie che possono sostenere la presenza sul mercato di 68 apparecchiature”, ha spiegato Lixin Cheng, Ceo di ZTE. “Noi possiamo farlo perché rimaniamo vicini ai desideri della gente”. E infatti in meno di due anni ZTE ha conquistato il 7,9% del mercato statunitense.

Nella scia strategica di ZTE si sono inseriti anche la Hisense e la TLC. La prima, che nel 2014 era riuscita a rubare l’attenzione della stampa con i suoi mega schermi, quest’anno presenta il Vidaa N+Max, un videoproiettore al laser in grado di proiettare immagini dell’ampiezza di 100 pollici da una distanza minima di 45 centimetri e senza aver bisogno di uno schermo apposito. Prodotto in collaborazione con la Texas Instrument – incorpora la DarkChip 3 Dgital Light platform dell’azienda statunitense – il Vidaa offre una risoluzione HD con un sonoro Dolby-DTS 5.1 e subwoofer da 8 pollici con speaker Bluetooth. A Las Vegas Hisense ha presentato anche Chill, un distributore di bevande per la casa che può offrire quattro bevande differenti ed è munita di blocco bambino in modo che i piccoli di casa non la trasformino nella fontana dei loro desideri. Adottando poi un’altra pagina dal manuale della ZTE, la Hisense ha anche annunciato che ha raggiunto un accordo con la Atlanta Motor Speedway per diventare sponsor della competizione Nascar XFinity Series.

Confermando la sua alleanza strategica con la Roku – produttrice statunitense di dispositivi per il videostreaming – TLC ha da parte sua invece confermato che quest’anno introdurrà 12 televisori roku-abilitati e che sta lavorando alla prima 4K Ultra HD Roku TV.

Lenovo intanto l’anno scorso ha esteso la sua penetrazione nel mercato statunitense comprando Motorola e quest’anno al Ces ha fatto notizia con il Selfie Flash, un flash a luce continua da 8 Led che si inserisce nel jack dell’auricolare del telefonino e produce una luce soffice e dai toni caldi ideale per coloro che hanno la mania dell’autoritratto. Oltre al flash, Lenovo ha introdotto due laptop leggerissimi – il notebook LaVie Z che adesso rivendica il titolo di più leggero del mondo -, quattro nuovi tabalet della serie Yoga con i quali si può usare una qualsiasi penna come stilo e un discreto numero di laptop per il business.

Nessuna delle aziende cinesi presenti al Ces raggiunge però la prolificità della Huawei che a Las Vegas si è presentata con oltre 100 novità che spaziano dagli smartphone ai dispositivi indossabili, dalle tavolette ai portatili, dalle trovate per la casa intelligente a quelle per la macchina connessa e l’internet delle cose.

Ovviamente, quando si tratta di Cina e innovazione, non potevano mancare le polemiche sul plagio e la contraffazione dei marchi. Stimolata dal Finacial Times, che ha scoperto che alcuni esibitori cinesi – come Zhuhai Liming Industries di Shenzen – al Ces hanno messo in mostra cloni dell’Apple Watch e dei Fitbit e Misfit (dispositivi per lo sport) della Samsung, la polemica è subito rimbalzata sui blog e gli altri media di settore, causando grande costernazione tra i techie Usa ma pochissima preoccupazione sia da parte di Apple sia di Samsung. Forse perché anche i cinesi cominciano a creare prodotti che vale la pena copiare, come nel caso di Eastar Technology Group Co. Ltd. di Shenzen che quest’anno ha vinto il premio Ces per l’innovazione col suo Trakee1 Holographic Smartphone – un telefonino olografico 3D ad alta definizione con l’eye tracking e l’attivazione remota. Ma forse anche perché a partire da quest’anno il Ces si terrà anche in Cina – a Shanghai – e gli americani (e i coreani) si guardano bene dall’attaccare i cinesi che – non dimentichiamolo – gli stanno splancando le porte di un mercato da oltre un miliardo di consumatori.

Dal caffè su misura alle stampanti di cibo 3D: ecco la cucina 2.0 del futuro

Gadget per aspiranti chef ed elettrodomestici connessi a smartphone e social network. È la nuova scommessa di Las Vegas che coinvolge giovani startup ma anche colossi dell’hi tech casalingo

di PAOLO PONTONIERE

  
Dal caffè su misura alle stampanti di cibo 3D: ecco la cucina 2.0 del futuro

LA PROSSIMA frontiera hi-tech? La cucina di casa naturalmente! Una delle sorprese di questo Ces 2015 sono proprio i gadget intelligenti concepiti per essere collegati agli elettrodomestici casalinghi. E, sebbene applicazioni per facilitare la vita di quelli che cucinano in famiglia siano apparse sul mercato già da qualche anno (come per esempio la bilancia Bluetooth dell’irlandese Drop che, attraverso una app, offre assistenza step-by-step a chi sta ai fornelli), a Las Vegas per il numero di novità e l’ampiezza della loro proposta la connected Kitchen potrebbe meritarsi una propria sezione al pari di quella autmobilistica, audio e computer.

Cominciamo da una linea di termometri digitali connessi via Bluetooth per grigliare carni e pesce. Lanciata dalla statunitense iDevicesinc.com, la linea iGrill è sincronizzabile con prodotti Apple e Android. Una App scaricabile gratis trasforma tablet e smartphone in strumenti per controllare il grado di cottura delle pietanze. E non solo: con un’unica connessione si possono controllare più grill allo stesso tempo con carni che cuociono a temperature differenti e con differneti livelli di affumicazione. Infine, coloro che amano condividere le avventure gastronomiche con gli amici possono usare iGrill per postare immediatamente foto della loro grigliata sui social network{}
Se la iGrill trasforma un cuoco qualsiasi in un grigliatore esperto, la bilancia Perfect Bake della Pure Immagination, fa di qualsiasi user un pasticciere perfetto. Anche questa si collega allo smartphone ed è in grado di autocorregersi fino a misurare la porzione esatta di un ingrediente senza che ci sia bisogno di misurini. Dotata anche di ciotole per mescolare gli ingredienti, termometro intelligente e uno stand per tablet, la Perfect Bake può essere usata con ricette personali o con quelle precaricate sulla app che accompagna la bilancia.

La XYZ Printing si spinge oltre con la sua Food Printer. Si tratta di una stampante che mescola gli ingedienti e li stampa in pietanze che devono essere solo cucinate. Ci si possono stampare biscotti, decorazioni per torte e altri prodotti di confetteria. Anche questa si può utilizzare sia con le proprie ricette sia con quelle presenti nella app precaricata e aggiornabile via Usb.

La Britannica Smarter con la sua iKettle si introduce invece in un’area, quella del caffè, che era stata fino a ora dominio indiscusso dei paesi mediterranei. La iKittle, lanciata nel 2013, è stata aggiornata per il Ces e ribattezzata semplicemente Smarter Coffee Machine. È stata presentata come la prima macchina da caffè wi-fi che va dal chicco alla tazza. Sincronizzabile  con una app iOS/Android, la caffettiera oltre a fare il caffè può essere programmata per funzionare da sveglia e aggiusta la forza dell’infuso sulla base dei dati relativi alla qualità della nottata passata dell’utente, infine avverte l’utente quando deve essere ricaricata.

E mentre le startup si cimentano con applicazioni periferiche della cucina connessa, mega aziende come la Whirlpool, in collaborazione con Intel, non solo stanno collegando tutti i dispositivi della cucina tra loro e con gli smartphone, forniscono loro anche una “coscienza sociale”. Al Ces Whirlpool ha introdotto il concetto della Socially Networked Kitchen: ogni volta che si carica la lavatrice le due aziende donano una piccola somma a Habitat per Humanity, una no-profit fondata dall’ex presidente Usa Jimmy Carter per costruire case per i poveri.

La Interactive Kitchen of the Future 2.0 di Whirlpool è una cucina dove tutto si collega a tutto: device, social media e social network. Usando l’intelligenza e il know how globale, la Future Kitchen 2.0 permette di preparare pietanze fantastiche per famiglia e ospiti senza dover usare alcun dispositivo addizionale. “Il nostro obiettivo è fondere il design con quello che la società ci chiede”, ha affermato Brett Dibkey, vice presidente della divisione Integrated Business di Whirlpool. “Sempre più persone collegano diverse cose tra loro, ma pochi si preoccupano di creare nuovi valori per i consumatori. Noi al contrario stiamo cercando di fare della cucina un nuovo punto focale della casa e della società che la circonda”.

E mentre Whirlpool si affida ai social network per collegarsi alle esigenze cultural-culinarie dei suoi consumatori, la coreana Samsung per innovare la cucina, oltre a mettere in moto la potenza ideativa dei suoi ingengeri e designer, si è affidata alla conuslenza di alcuni dei maggiori cuochi del mondo. Questi non solo gli hanno detto come andavano usate e modernizzate le apparecchiature, ma hanno prodotto anche un corpus di informazioni gastronomiche tese a trasformare una persona qualsiasi in cuoco da guida Michelin. La Chef Collection, questo è il nome della linea coreana, include un frigorifero in metallo dotato di tecnologia tripla per il raffreddamento (con pannelli di metallo che aiutano a mantenere la temperatura dei cibi costante mentre tre evaporatori e due compressori eliminano l’umidità), una laviapatti dotata di WatrerWall Technology, ovvero, che usa getti d’acqua verticali e non circolari per creare un muro d’acqua e una cucina e un forno a microonde dotati di sensori che scelgono automaticamente la temperatura adatta per cucinare, scongelare e riscaldare le pietanze.

Al Ces poi Samsung ha introdotto la Chef Collection Tablet, un tablet precaricato con le migliori ricette di cuochi come Christopher Kostow del ristorante The Meadowhead della Napa Valley in California, Eric Trochon del Semilla di Parigi e Michael Troisgros del Masion Troisgros di Roanne in Francia. “Il nostro Club de Chefs, la collaborazione con questi cuochi straordinari e le nuove creazioni per la cucina sono la nostra ricetta per il successso”, ha dichiarato Boo-Keun Yoon, Ceo di Samsung, durante la presentazione della nuova linea di elettrodomestici. E ha concluso: “Ed è anche un modo per augurare buon appetito a tutti i nostri clienti”.

Las Vegas, al CES l’omaggio dei giornalisti francesi alle vittime dell’attentatoLas Vegas, al CES l'omaggio dei giornalisti francesi alle vittime dell'attentato80 Giornalisti Francesi hanno cantato la Marsigliese a Las Vegas durante il CES nei pressi del Paris Paris in sostegno dei loro colleghi di Charles Hebdo. Je Suis Charlie leggono i display dei loro device visibili nell’immagine. La foto e’ del co-creatore con Eliane Fiolet di Ubergizmo, un influente blog hi-tech di Silicon Valley. Durante la terza giornata dei lavori del CES molti delle miglia di giornalisti presenti a Las Vegas .hanno continuato a twittare messaggi di sostegno a Parigi. Dopo essersi incontrati all’Hard Rock cafe’ in un commesso incontro i giornalisti francesi hanno deciso di trasferirsi sulla strip per esprimere il loro supporto, e dolore, pubblicamente  

(a cura di Paolo Pontoniere)  08 gennaio 2015

Il Ceo di Parrot: “Futuro nei droni e nell’agricoltura 2.0″

Il Ceo di Parrot: "Futuro nei droni e nell'agricoltura 2.0"
(ap)

Parrla Henri Seydoux, ai vertici della multinazionale che ha portato i piccoli apparecchi senza pilota dal campo specialistico dell’avionica a quello degli oggetti di consumo di massa

di PAOLO PONTONIERE

07 gennaio 2015

 LAS VEGAS – È uno dei geni da tenere d’occhio nel 2015, l’uso dei droni si incrocerà sempre più con la comunicazione mobile e la filmistica. Ecco Henri Seydoux, il cinquantatreenne co-fondatore e amministratore delegato di Parrot SA, il leader mondiale dei droni. Definito dal settimanale statunitense Forbesun imprenditore di grande inventiva, Seydoux è stato probabilmente più di tutti l’innovatore che è riuscito a far transitare i droni dal campo specialistico dell’avionica a quello di oggetti di consumo di massa in applicazioni che spaziano dai videogame alla fotografia e adesso all’agricoltura. Famoso per essere uno che pensa out-of-the-box (al di fuori dei parametri correnti) Seydoux, forte della sua esperienza familiare, sta spingendo la Parrot in direzioni inesplorate da aziende comparabili dell’alta tecnologia. Lo abbiamo incontrato a Las Vegas durante il Consumer Electronic Show.
Allora Henri com’è che la considerano un genio?
“Devo dirle la verità, non ne ho nessuna idea: mi sembra un po’ esagerato”.

Eppure nell’industria lei è una persona da seguire, le sue invenzioni suscitano sempre molto interesse
“La verità di cui sono sicuro è che non so niente e le invenzioni di cui sono responsabile – tra l’altro realizzate in collaborazione con i giovani ingegneri della Parrot – emergono dalla mia esperienza di vita, sopratutto di quando ero bambino. Per esempio dall’osservare mia nonna trattare le sue piante come se fossero dei bambini, prendendosene cura ogni giorno, mi ha ispirato a introdurre il vaso di fiori robotico qui al Ces, un vaso che, sfruttando i sensori e tutti i dati che si riesce a reccogliere sulle condizioni ambientali, metereologiche e le caratteristiche geomorfologiche specifiche del luogo in cui ci si trova, ottimizza la crescita  dei fiori e delle piante che vi seminiamo (la Parrot Pot, una Bluetooth connected flowerpot – così la definisce la casa francese – può contenere per adesso una pianta di medie dimensioni, è dotata di una riserva d’acqua, una pompa e un radiotrasmettirore Bluetooth, secondo Parrot l’applicazione può innaffiare le piante automaticamente e in maniera scientifica per periodi della durata di tre settimane, NdR)”.

E i droni?
“Lo stesso si può dire dei droni, volevo ricreare dei giochi della mia infanzia, che riportassero l’infanzia a un periodo in cui non si giocava solo connessi a un computer ma si esplorava l’ambiente circostante. Poi ci abbiamo attaccato la videocamera portatile e la comunicazione wireless e siamo passati alle applicazioni industriali, la fotografia e la videoripresa”.

Parlando di floricultura e orticultura, poco prima di venire a intervistarla, ho controllato i dati di mercato per cercare di capire cosa la motivava e i dati confermano che, almeno negli Usa, dall’arrivo della crisi il gardening sta esplodendo (40% di crescita annuale) e non tanto per usi estetici ma sopratutto per coltivare cibo da usare sulla mensa casalinga, lei cosa ne dice?
“È un dato interessante e sono sicuro che ci aiuterà certamente nel marketing, ma prima di lanciarmi in questa nuova avventura non ne ero per niente al corrente. Le invenzioni alle quali lavoriamo, i prodotti che lanciamo sul mercato, sono frutto del nostro istinto, vengono prima di tutto dal cuore e poi dalla mente razionale, non si tratta di startegia di mercato e poi di quello che proporremo al mercato è piuttosto il contrario: di cosa abbiamo bisogno? Proponiamolo al mercato”.

E questo è vero per tutti prodotti della Parrot?
“Per la maggior parte si. Come Ceo di Parrot tengo però conto dell’ecosistema nel quale deve operare l’innovazione, e gli ecosistemi di riferimento sono tre: l’internet, il Pc e il mobile. Io mi interesso sopratutto del mobile, se non le faccio per il mobile non so come venderle, poi si deve trattare di innovazioni difficli, perché se non sono difficili arriveranno Cina Inc., Taiwan Inc. o California Inc. che riprodurrano l’invenzione in pochi mesi e a costi ridottissimi. Poi si deve trattare di cose che non ho visto prima, qualcosa di cui c’è la necessità ma che nessuno sta realizzando. È un po’ come quando vengo al Ces, mi domando sempre cos’è che ci sarebbe dovuto essere ma che non ho visto”.

Quindi lei visita gli altri stand per capire cosa fa la concorrenza?
“Sì, giro il Ces in lungo e in largo fermandomi quanto più posso a parlare con tutti gli espositori. Gli chiedo quali sono i loro problemi, di cosa hanno bisogno e qual’è la cosa che hanno visto che gli è sembrata più interessante, lo chiedo anche ai giornalisti che mi intervistano”.

E cosa ha visto di interessante questa prima giornata di apertura al pubblico del Ces?
“Il settore del self-help per la salute e la biometrica che sta diventando così importante tanto quanto la medicina tradizonale. Si può fare un sacco raccogliendo i dati biometrici e le funzioni vitali delle persone e non solo per trattare le malattie ma anche per prevenirle o evitare che diventino mortali”.

E Parrot sta lavorando in questa direzione?
“Sì con gli auricolari. Ne stiamo introducendo uno concepito per il training e l’allenamento che controlla le funzioni vitali dell’utente producendo una fotografia accurata, sia del suo stato di salute sia della sua performance, la velocità con la quale corre, la forza dell’impatto con il suolo”.

E mescolate tutto con la musica?
“Sì proprio così. E per questo l’abbiamo chimato Zik, per fare rima con music (le cuffie Zik Sport, cercano di spsotare l’esperienza degli auricolari nella nuova dimensione digitale. Settanta grammi, a prova di sudore e ergonomici, contengono una batteria di funzioni per la raccolta dei dati biometrici, sono Bluetooth, dispongono di un dispositivo per la cancellazione dei rumori e una volta collegate via app a un mobile sono in grado di fornire anche dati sulla qualità del movimento dell’utente come per esempio la sua oscillazione orizzontale mentre corre e il tempo che ogni piede trascorre sul pavimento tra un passo e l’altro, NdR)”.

I droni, la biometrica e adesso pure applicazioni che possono trasformare una vecchia automobile in una miracolo digitale, mi pare che stiate operando un molte direzioni
“Tenga conto che io vengo dal settore automobilistico e Parrot è stata tra le prime aziende a individuare il riconoscimento vocale nelle machine, ed è proprio per questo che si chiama Parrot, come il pappagallo, per poter parlare alla macchina e questa risponde come un pappagallo per l’appunto”.

E cosa avete introdotto in questa direzione al Ces?
“La simple box, per adesso nella fase sperimentale, una appliance che eliminerà il bisogno di usare un display nella macchina e sposterà tutto sull’iPad e su altri device”.

In riferimento al vostro vaso robotico pensa che la tecnologica potrà essere usata anche su scala industriale da agricoltori che ne fanno uso nei loro campi?
“È precisamente la direzione dove vogliamo andare, e stiamo producendo anche software da dare agli agricoltori che possono controllare l’andamento della crescita nei loro campi, e potranno integrarla anche con i nostri droni”.

Cosa c’è nel furturo dei suoi droni?
“Fino a ora sono stati utilizzati solo per applicazioni esterne, stiamo pensando ad applicazioni architettoniche per farli volare all’interno degli edifici e mappare come la gente interagisce con le strutture nelle quali vive”.

Un’auto stampata in 3D e iperconnessa: il futuro si svela a Las Vegas

Un'auto stampata in 3D e iperconnessa: il futuro si svela a Las Vegas

Al Ces 2015 le novità in arrivo nel settore dell’additive manifacturing, con tutte le grandi case in prima fila, e dei servizi di rete per fare tante cose mentre siamo alla guida. Senza correre rischi

di PAOLO PONTONIERE

 

LAS VEGAS – Internet delle cose e della casa connessa, ma non solo: potrebbe essere l’industria automobilistica la prima ad essere stravolta dalla rivoluzione digitale in atto. Al Ces di Las Vegas, che si apre oggi e si chiuderà il 9 gennaio, fanno bella mostra gli oggetti casalinghi di uso comune e quelli che usiamo per lavorare, resi intelligenti dall’inserimento di microchip e software concepiti per dotarli di un grado di decisionalità autonoma. Già sono capaci di comunicare tra loro via web creando una rete di interazioni destinate a rendere la nostra vita più semplice. Ma la sorpresa del mondo “tutto connesso” potrebbe arrivare per le nostre vetture. Inanzitutto sul versante delprototyping, che adesso con l’introduzione del 3D printing può essere fatto velocemente e remotamente, e poi dal punto di vista della connessione del veivolo con il mondo circostante e la sua consapevolezza delle nostre abitudini. Ma procediamo per ordine.

Un prototipo tutto da stampare. Sul piano della stampa tridimensionale – l’additive manufacturing (la definizione scientifica della stampa in 3D) –  intervenendo in apertura del CES, Smartech (un think-tank statunitense che segue l’evoluzione della stampa tridimensionale) ha reso noto che entro il 2019 il 3D Printing in ambito automobilistico è destinato a quintuplicare raggiungendo la rispettosa cifra di circa 2 miliardi di dollari. Ma non solo. Sebbene settori come quello aerospaziale e biotecnologico facciano più notizia quando si parla di questa tecnologia, è proprio il settore automobilistico ad aver stimolato la sua crescita dagli albori di una ricerca cominciata quasi 30 anni orsono. {}

Secondo Scott Dunham, autore del rapporto Addictive Manufacturing Opportunities in the Automotive Industry: A 10 Year Forecast, l’industria automobilistica sta già passando a produrre piccole tirature di prototipi alla manifattura di componenti sempre più grandi e che già fanno parte del prodotto finito come nel caso di alcuni modelli Ford, Lamborghini e Ferrari, in esibizione allo show. Aziende, queste, che sperimentando per prime la nuova tecnologa per produrre componenti e leghe metalliche, sono diventate leader nel settore. Dal rapporto SmarTech si evince che quste aziende assieme producono oltre 100 mila pezzi in additive technology. E le cose stanno eveolvendosi rapidamente, al punto che presto I maggiori costruttori automobilistici cominceranno ad usare la stampa in 3D per costruire nuovi modelli di motori e scocche di grande unicità e valore commerciale.

L’auto in rete. Le novità dal punto di vista dell’autovettura connessa sono ancora più numerose. A guidare il gruppo in questa direzione è la General Motors statunitense che domenica scorsa, forte di oltre 30 modelli che nel 2015 saranno dotati di 4G LTE connectivity, al CES ha introdotto svariate nuove funzioni del suo sistema OnStar – la connettività onboard – destinate a semplificare I viaggi e la manutenzione. E l’utilizzo di OnStar non è solo per far guardare YouTube ai bambini seduti dietro che così se ne stanno tanquilli, ma è diretta sopratutto a interagire con il guidatore per creare nuove opportunità commerciali. L’OnStar 4G Lte include varie novità. Come il Protective maintenance alerts system, un servizio che tiene il polso del funzionamento interno dell’automobile e che spedisce un messaggio al guidatore ogni volta che c’è un problema. Per adesso ad essere coperti da questo occhio vigile saranno la batteria, lo starter, la pompa del carburante, mentre la GM promette che presto tutto il veivolo sarà coperto da sensori in grado di informarci sul loro stato di funzionamento. In arrivo nel 2016, il servizio sarà disponibile prima nelle Corvette, nella Equinox, le Silverado e Silverado HD, le Suburban e le Tahoe. Per ora tutte autovetture disponibili sul mercato americano.

Guido bene, pago meno. C’è anche un programma smart driver per valutare il rischio assicurativo. Entrerà in azione verso la fine dell’estate di quest’anno. Gli utenti di OnStar 4G LTE potranno iscriversi a un programma della durata di 90 giorni nei quali il Sistema raccoglierà dati sulle loro abitudini di guida. I dati potrebbero essere usati – se il guidatore lo deciderà – per ottenere rate più convenienti dalle compagnie assicurative, e anche se questo non dovesse accadere, la GM spera che diventando più consapevoli della loro performance, gli automobilisti diventeranno più cauti nella guida, con un miglioramento complessivo della viabilità.

L’auto al tuo servizio. Tra le novità in arrivo anche un programma che mira ad aiutare il guidatore a trovare immediatamente le cose di cui ha bisogno, da uno snack, alla pompa di benzina e a una stanza in hotel. La GM ha già stabilito una partnership con la Dunkin’sDonut per allertare i guidatori ogni volta che passano nei pressi di uno dei suoi negozi. Sempre se lo vogliono. Quest’anno poi la GM lancerà anche un’allenza con Pricelin.com – un’agenzia di viaggi internet – per fare una prenotazione mentre si è alla guida. In tutta sicurezza.

Da Samsung le TV SUHD, il cinema in salotto

La casa sudcoreana spinge ancora sull’altissima definizione e sugli schermi curvi.Tre modelli provano a dettare uno standard per il futuro.Mentre arriva  il nuovo sistema operativo Tizen

di PAOLO PONTONIERE

Da Samsung le TV SUHD, il cinema in salotto
LAS VEGAS – A sentireSamsung questo CES 2015 è destinato a fare storia. Se non in generale, di sicuro nel settore degli schermi televisivi dove, introducendo il suo nuovo sistema SUHD Tv (ultra high definition)  l’azienda sudcoreana si appresta a superare se stessa. Come? Spingendo l’esperienza televisiva HD (ad alta definizione) e il display curvo  – tipo cinemascope come quelli introdotti dalla stessa Samsung nel 2013 proprio al CES – nel pantheon della cinematografia ad alta definizione, creando immagini che rivaleggiano con la realtà e che il telespettatore riesce a stento a distinguere affidandosi semplicemente ai suoi sensi.
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Un salto nel futuro. Tre modelli: JS9500; JS9000 and JS8500, in dimensioni che spaziano dai 48 agli 88 pollici. Le nuove SUHD sono state presentate a Las Vegas ieri sera a margine del CES con un’anteprima per un pubblico ristretto di giornalisti ed analisti. “Quello che stiamo presentando è un salto in avanti nel futuro della televisione”, ha dichiarato HS Kim, presidente della divisione display visivi dell’azienda asiatica.

Colore super. Facendo leva sulle minuscole dimensioni dei loro semiconduttori a nanocristalli, le SUHD riescono a trasmettere contemporanenamente svariate lunghezze d’onda dello stesso colore ottenendo immagini di una luminosità e di una purezza ineguagliata dalle tecnologie dei display disponibili correntemente sul mercato. Secondo informazioni rese note dalla casa coreana, le espressioni di colore delle sue nuove Tv sarebbero di circa 64 volte superiori a quelle dei televisori tradizionali. Inoltre, poiché provviste di sistema di rimasterizzazzione, le Tv SUHD sono in grado di ridurre il consumo enrgetico dell’apparecchio mantenendo un livello di contrasto ineccepibile con neri fortemente saturati e una luminosità fino a 2,5 volte superiore  a quella delle Tv HD normali.

“La SUHD rappresenta una innovazione da tutti i punti di vista”, afferma Michael Zoeller, dirigente del dipartimento VD Europe della Samsung, “Fino ad ora le televisioni erano ristrette dal tipo di colori e di luminosità che potevano trasmettere, le television SUHD stanno migliorando tutti questi aspetti. Prima i colori non erano mai gli stessi che vedevi al cinema e nemmeno quelli che il direttore della fotografia intendeva rendere inzialmente, adesso con la nuova tv gli spettatori potranno vedere le immagini così come le hanno concepite il regista e il fotografo. Stiamo usando una tecnologia chiamata Quantum Color, basata sulla nanotecnologia che ci dà contrasti e luminosità che non si sono mai visti prima in un televisore casalingo”.

Irrompe l’ambiente Tizen. Oltre ad introdurre i nuovi televisori SUHD, la Samsung ha reso noto che a partire dal 2015 tutte le smart tv del gruppo saranno animate dal Sistema operativo Tizen: una piattaforma open-source particolarmente adatta allo sviluppo di nuove app televisive. “Grazie a Tizen le nuove smart TV della Samsung non solo offrono una pletora di funzioni nuove, ma offrono anche la possibilità all’utente di interagire intuitivamente con l’apparecchio televisivo, realizzzando una esperienza maggiormente integrata e con una quantità di contenuti più numerosa di quanto sia mai accaduto nel passato”, aggiunge Zoeller.

La nuova interfaccia. Continuando con le novità, Samsung ha anche ridotto le dimensioni del suo SmartHub. Da adesso in poi sarà portato a una sola schermata contenente la storia dei contenuti utilizzati di recente dall’utente e suggerimenti per contenuti e spettacoli formulati su misura per lo spettatore basati sulle sue preferenze. Inoltre con Quick Connect le Smart tv della Samsung adesso riconoscono – e si collegano automaticamente – agli smartphone della casa coreana, una volta che questi entrano nel raggio d’azione del Bluetooth televisivo. In questa maniera, con un solo click, gli utenti possono trasferire i video dal loro smartphone al televisore e di converso fare lo streaming di un programma dalla TV al loro smart phone. E il tutto senza scaricare nessuna app o dover usare complicati protocolli d’accesso.

La proposta della Samsung è già piaciuta a distributori di contenuti come Amazon, Comcast, DIRECTV, M-GO. Lavorando proprio con M-GO, Samsung ha infatti sviluppato un nuovo UHD Video Pack, un servizio TVOD frutto di una joint venture tra Technicolor e la DreamWorks Animation. Insieme alla 20th Century Fox, l’azienda coreana ha ottimizzato video e film perché facciano rendere al meglio la tecnologia SUHD, mentre operando in partnership con Fox Innovation Lab, ha rimasterizzato alcune delle scene più suggestive del film Exodus di Ridley Scott per lo schermo delle sue SUHD Tv.

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Pisa Tower Leaning over San Francisco

 

Pisa tower in SF

The Tower of Pisa Leaning over San Francisco ©paolo pontoniere

It maybe Galileo redux all over again, but this time in the Bay Area of San Francisco rather than Pisa, and of course with a local twist. Rather than tossing two cannonballs of different weight from the top of the leaning tower of Pisa, as Galileo allegedly did 450 years ago, to demonstrate the working of  gravity, this time a SF developer (Andrioid? iOS?) could be tossing two Apps of different aim  from its top to demonstrate that when it comes to profitability, the market pull isn’t interested at all about the usefulness of the tool but rather to its mediability quotient.  But jokes aside what about the leaning tower?

Albeit just a 10-foot tall replica of Pisa’s marvel, currently sitting at the Westfiled Mall on Market Street in San Francisco, It has been brought to SF by the city of Pisa and the Regione Toscana to celebrate the 950th anniversary of the construction of the Cathedral of Pisa and the 450th anniversary of the death of Galileo.

Sponsored by the Italian Cultural Institute of San Francisco, and the Italian Consulate of San Francisco, the Tower’s foray is supported also by scientific colloquia. One the UC Berkeley on January 21st, and the second at the Italian Cultural Institute on the 22, furthermore to entice Bay residents to acquaint themselves with the art of the illustrious city, Pisa and the Regione Toscana have also launched a contest directed at highschooler from San Francisco and New York city.

‘The Pisan Romanesque Meets Contemporary America’–this is the name of the contest–mires to erudite students in the two cities about the splendid Pisan Romanesque Period and to help them recognize elements of that Medieval style in their daily life. Winners, which will be announced this coming May, will be showered with all sorts of prizes, including cash, free travels to Pisa to enjoy the Giugno Pisano–a festival of art, culture and cuisine taking place very June in Pisa–books of art, handcrafted objects made by artisans working in Tuscany, and special mentions. The tower replica in the meantime will be on showing at the Westfield Mall until February 10. To introduce the initiative to San Franciscans, this past Tuesday were on hand also the Deputy Mayor of Pisa, Hon. Paolo Ghezzi, and representatives of the city’s Chamber of Commerce.

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The Tower Replica at the Westfield Mall

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Pisa’s Deputy Mayor Paolo Ghezzi and Tuscan colleagues

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Selfie with Tower and Deputy Mayor

 

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