Accuse di stupri, rapimenti, offese, sorveglianza illegale: il fronte anti Uber si allarga

 

Dall’Australia agli Usa, l’azienda di taxi privati via app è nel pieno della bufera. Si moltiplicano  le testimonianze di violazioni della privacy, concorrenza sleale e abusi fisici, mentre i suoi manager ostentano indifferenza e aggrediscono i giornalisti. Una campagna di boicottaggio invita a disinstallare l’applicazione

Accuse di stupri, rapimenti, offese, sorveglianza illegale: il fronte anti Uber si allarga

di PAOLO PONTONIERE
SAN FRANCISCO - Rapimenti, violenze sessuali, clienti aggrediti e malmenati, dipendenti che si fingono utenti per sbaragliare la concorrenza, fondi neri, sorveglianza elettronica dei movimenti dei passeggeri, intimidazioni nei confronti dei dipendenti della concorrenza e minacce ai giornalisti. Sembra una pagina presa dalla storia delle Whiskey War statunitensi della seconda metà dell’ottocneto, quando le gang di New York trasformarono Brooklyn in un campo di battaglia, ma si tratta invece delle Cab War (la Guerra dei Tassisti) in corso negli Usa. E Uber, il colosso della shared economy statunitense che ha messo a soqquadro il mondo del trasporto privato cittadino, fa la parte del gorilla.

Che Uber fosse un “go getter” – un competitore aggressivo – era un fatto risaputo. Per prendere di petto l’industria dei taxi in America, occorrono legioni di avvocati e capitali sostanziosi da investire in spese legali, ma anche il coraggio di resitere a vere aggressioni da parte di autisti delle varie compagnie, che non di rado sono state accusate di colludere con i mobster – come vengono definiti in gergo i mafiosi. Ma in pochi si aspettavano che Uber avrebbe combattuto a questo livello, adottando tattiche che ricordano periodi storici nei quali le gang criminali affliggevano gli Usa. E tante sono le accuse in genere mosse agli startupper, ma mai finora di essere dei gangster. Almeno fino all’arrivo della compagnia fondata da Garrett Camp and Travis Kalanick.

Lanciata nel 2010 a San Francisco, in meno di 4 anni la compagnia dei due starupper ha raggiunto una valutazione di mercato di quasi 19 miliardi di dollari e correntemente opera in oltre 200 città sparse in 45 paesi. Ma con il successo e l’esplosione dei profitti – si parla di guadagni nell’ordine del miliardo di dollari l’anno – sono arrivati anche i dolori di crescita aziendale. Prima con le accuse di concorrenza sleale da parte di altri servizi di trasporto crowdsourcing come Lyft e Sidecar, i cui autisti riferiscono alternativamente o di minacce o di offerte di premi di ingaggio per cambiare azienda da parte di dipendenti di Uber travestiti da passeggeri. Poi con le rimostranze dei passeggeri che, da New York a Los Angeles, e arrivando alla stessa San Francisco, stanno lamentando un numero crescente di abusi, anche fisici, da parte degli autisti.

Denunce di violenze sessuali -nei confronti sopratutto delle viaggiatrici–sembrano essere ormai all’ordine del giorno. Quelle più recenti sono avvenute a New York, a Los AngelesOrlandoChicago e Alexandria. La trama sembra essere sempre la stessa: la viaggiatrice è giovane, a volte leggermente inebriata. In più di un caso gli autisti offrono un tour gratuito della città, concluso con la molestia. A Washington, di recente, un autista di Uber è stato protagonista di un rapimento con tanto di gimkana nel traffico e inseguimento poliziesco. Da San Francisco infine arrivano storie di passeggeri aggrediti a martellate e di scazzottate durante le corse mentre altri passeggeri hanno riportato di esser stati praticamente tirati fuori dalla macchina per i capelli.

E gli abusi nei confronti dei passeggeri non si limitano solo al livello fisico, sforano anche nell’universo digitale come ha avuto modo di verificare una ragazza australiana appena uscita da un centro per il trattamento dei tumoriche aveva avuto l’ardire di cancellare la sua prenotazione. Il suo telefonino è stato bombardato di messaggi offensivi dell’autista, che tra l’altro le ha detto “ti meriti quello che ti è capitato”.

E a fare spionaggio elettronico non sono solo gli autisti. I dirigenti dell’azienda hanno addiritttura sviluppato un software che hanno chiamato sintomaticamente “God View”, sguardo divino, per controllare gli spostamenti dei loro clienti e delle macchine. Utilizzato teoricamente solo dai dirigenti per questioni interne aziendali della massima importanza, l’esitenza di God View è stata rivelata per caso da Josh Mohrer, manager della piazza di New York, a Johan Bhuiyan, una giornalista di BuzzFeed che lo doveva intervistare. Mohrer, stanco d’aspettarla, aveva fatto ricorso a God View – lo chiamano così perché offre una vista dall’alto degli spostamenti di un telefono sul quale è stata installata l’app di Uber – per capire com’è che stesse arrivando in ritardo. “Finalmente sei arrivata, è da un po’ di tempo che seguivo i tuoi spostamenti sulla nostra App”, ha sbottato Mohrer quando ha visto la Bhuiyan, incurante del fatto che la giornalista ignorava di esssere monitorata e che non gli aveva dato alcun permesso. La scoperta ha ovviamente suscitato reazioni molto forti, spingendo il senatore Al Franken a scirvere una lettera cheidendo speigazioni ai dirigenti di Uber. “Le nostre norme aziendali sono chiare al riguardo, l’accesso ai dati e il loro uso è concesso solo ai dirigenti aziendali che abbiano delle ottime ragioni”, ha fatto sapere un portavoce dell’azienda, smentito immediatamente da due dipendenti che infatti hanno confermato che God View è accessibile da tutti gli addetti dell’azienda.

L’elenco delle rimostranze nei confronti del trasporto crowdsourcing sta diventando così lungo che di recente C/net, uno dei maggiori media dell’informazione tecnologica Usa, si domandava se fosse sicuro o meno usare Uber, concludendo che il passeggero si assume un grosso rischio quando usa il servizio senza possibilità di ricorso nei confronti della compagnia. “I passeggeri non sanno in cosa si stanno cacciando quando scaricano la app di Uber e chiamano una delle sue macchine”, ha dichiarato l’avvocato Chris Dolan dello studio legale Dolan Lawfirm, che sta rappresentando la famiglia di una bambina di sei anni investita ed uccisa da una macchina di Uber, “Gli stanno dando carta bianca”.

Secondo Dolan i termini d’uso del servizio sono cosi ampi che assolvono la compagnia da qualsiasi responsabilità civile e penale in caso di incidente e di ferite e le permettono di evitare qualsivoglia responsabiltà per le azioni dei suoi autisti anche in caso di decesso del passeggero. “Stupro, omicidio: la compagnia può lavarsene le mani senza nessun timore”, aggiunge Dolan.

Ma non si tratta solo di semplici disfunzioni del sistema di assunzioni e di abuso di strumenti elettronici. Secondo PandoDaily, un seguitissimo blog tecnologico di Silicon Valley, si tratta di una vera e propria cultura aziendale. Una cultura secondo la quale lanciare una campagna di sabotaggio nei confronti di altri siti ridesharing è normale. Ed è quello che sta per l’appunto accadendo dall’agosto scorso, quando i media hanno scoperto che Uber ha organizzato un gruppo di 177 clienti fantasma, che muniti di svariate carte di credito e telefoni cellulari sono incaricati di chiamare macchine della concorrenza per poi cancellare la prenotazione pochi minuti prima che queste arrivino all’indirizzo che gli è stato fornito, impegnando così gli autisti della competizione a vuoto e spingendo i consumatori che usano il ridesharing a rivolgersi a Uber, che nel settore dispone del maggior numero di autisti. Smascherati dai giornalisti, i dirigenti di Uber piuttosto che scusarsi e rinunciare alla campagna hanno rimarcato che la tecnica è forse troppo aggressiva e che hanno chiesto ai loro team di ridurla al minimo, aggiungendo poi che c’è comunque poco da lamentarsi visto che Uber paga la penale per le cancellazioni.

Impudente anche la reazione alle rivelazioni della stampa secondo cui per ridurre il suo carico fiscale Uber ha organizzato una struttura proprietaria simile a quelle delle scatole cinesi. In tale maniera maschera i suoi guadagni in un labirinto di sussidiarie ed affiliate con sedi sparse in tutto il mondo, riuscendo così a esportare capitali nei paradisi fiscali olandesi e delle Bermuda. Uber sostiene che queste soluzioni sono del tutto legali, ignorando ovviamente il fatto che gran parte del suo successo è dovuto alla facilitazioni fiscali di cui godono le aziende statunitensi del web e al fatto che il comune di San Francisco offre una riduzione sostanziosa delle imposizioni sui salari e sulle tasse immobiliari alle aziende hi-tech che come Uber, decidono di stabilire la propria sede in città.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che sta scatenando una vera rivolta nei confronti di Uber fino al lancio di una campagna nazionale per la cancellazione dell’applicazione, è arrivata però a metà novembre a New Yorkdove, durante una cena organizzata per migliorare i rapporti con la stampa, il vicepresidente di Uber Emil Michael ha suggerito che l’azienda avrebbe dovuto spendere un milione di dollari per assumere dei ricarcatori (leggi investigatori) che indagassero quelli che lui ha definito i giornalisti sleazy, squallidi, per tirare fuori un po’ del loro fango. In altri termini Micahel annunciava l’intenzione di investire un milione di dollari per intimidire i giornalisti che stanno criticando l’azienda. In particolare, Sarah Lacey fondatrice di PandoDaily che di recente – visti i casi di agressioni a sfondo sessuale nei confronti delle donne–aveva accusato Uber di sessismo e misoginia. Dopo che in Francia l’azienda si è associata a un servizio di escort femminili, ha aggiunto Lacey, lei aveva deciso di cancellare la app di Uber.

“Quanti segnali dobbiamo ancora ricevere per concludere che l’azienda non rispetta e non assegna nessun valore alla nostra sicurezza?”, aveva scritto Lacey, cancellando immediatamente la app. Questo aveva spinto Michael a suggerire che i “ricercatori” assunti da Uber averebbero scavato nella vita privata dei giornalisti e delle loro famiglie (Lacey e i suoi in questo caso) e una volta scoperto qualcosa di discutibile lo avrebbero reso immediatamente di dominio pubblico.

“La si dovrebbe ritenere personalmente responsabile di tutte le donne che seguendo il suo suggerimento cancelleranno la nosta app e finiranno coll’essere assalite sessualmente dagli autisti di altre compagnie di taxi”, aveva rimarcato con rabbia Michael, salvo poi fare marcia indietro – sostenendo che s’era trattato di uno sfogo – dopo la prevedibile tempesta mediatica scaturita dalle sue dichiarazioni. Anche Aston Kutcher, che di Uber è investitore e che era corso immediatamente a difendere l’azienda (“che c’è di male ad investigare i giornalisti?” aveva scritto), ha dovuto fare immeditamente marcia indietro. C’è infatti il rischio che non si trattasse solo di una boutade ma che si stesse parlando di sviluppi futuri. Del resto l’incontro, al quale partecipavano anche esponenti di rilievo della nuova informazione come Arianna Huffington e attori come Ed Norton, era stato organizzato da Ian Osbourne, ex assistente del primo ministro inglese David Cameron, e lo stesso Michael è da agosto consulente del Pentagono.

Posted in Analisi, Innovazione, News, Silicon Valley, Tecnologia | Leave a comment

I nuovi Leoni Italiani della Valley

I nuovi Leoni Italiani della Valley

Paolo Pontoniere

E risaputo che Silicon Valley non sarebbe l’Eldorado che è oggi se non fosse stato anche per un gruppo nutrito di italiani che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo di quello che—a ragione o torto–viene considerato il centro dell’innovazione tecnologica mondiale. Gente come Federico Faggin, inventore del microchip, come Enzo Torresi—creatore dell’Olivetti Advanced Technology Center e nei fatti del primo incubatore della storia— come Ezio Valdevit—rivoluzionatore dei sistemi per immagazzinare le informazioni digfitali—come Roberto Crea, il primo ricercatore a realizzare con successo la ricombinazione del genoma di un batterio per fargli produrre una proteina umana. E la lista dei nomi non si ferma qui. Include i Marini, i Zappacosta, i Libraro, i Gianola, i Ventura, i De Luca, i Righi e tanti altri.

I Leoni della Silicon Valley, li aveva definiti in un libro dal titolo omonimo–per i tipi della Guerini Editore—scritto da Fiorella Kostoris a Gianfranco Rossi. Giovani professionisti, pionieri dell’aziendalismo di frontiera e ricercatori geniali erano, riusciti con le loro invenzioni non solo ad impattare la loro industria ma anche a cambiare il corso della storia umana. Tra la fine degli anni 50 e dei ’90 erano arrivati a ondate. Poi era diventato uno sgocciolio. Confortevoli nel loro benessere europeistico—euro forte, la moda che tirava, gli italiani avevano smesso di emigrare, particolarmente verso gli USA e nello specifico verso la costa ovest—gli italiani non erano più interessati al “Sogno californiano”. Anche la loro sfera di influenza nel tempo, come i loro quartieri, si era contratta. Maturati, ne statunitensi e non più “mangia Pasta”—come gli statunitensi per lungo tempo hanno chiamato i nostri connazionali– gli italiani di Silicon Valley stavano diventando una tribù in via di estinzione. C’erano volute la stagnazione berlusconiana, il crollo del sistema paternalistico-industriale nazionale, e la Grande Recessione perché gli Italiani si mettessero di nuovo in movimento e la costa ovest apparisse di nuovo sul radar degli emigranti nostrani con la visione, dei grandi sognatori in stile California Dream.

Oggi Silicon Valley è di nuovo meta preferita degli italiani. Ci arrivano a frotte, alla ricerca di un’azienda o di un centro di ricerca che gli dia l’opportunità di saltare lo stagno o con uno dei tanti tour ecoeducazionali alla Storia nel Futuro o Italiani di Frontiera, o con un corso di aggiornamento ad una delle tante startup school fiorite sotto la spinta della valanga di giovani che da tutto il mondo si riversano in questa regione. Per imparare come si crea un’azienda digitale di successo e come si passa da un’idea a degli introiti. Guidati non tanto dalla voglia di scappare dall’Italia ma anche da quella di crearsi una sponda sinistra: un collegamento con il mondo di opportunità (per scambi di idee, per la raccolta di capitali di ventura, per trovare partners o ricercatori) che la Silicon Valley offre a chi ci arriva con un progetto commerciale o con la voglia di migliorarsi e provarsi professionalmente.

Molti gli startupper. Si va da SetLyfe una startup che vuole cambiare la faccia del social networking trasformando ogni inquadratura fotografica in una finestra sul consumo a Glancee, una ambient location app creata da Andrea Vaccari e compagni che è stata poi acquisita da Facebook. Da Timbuktu una startup fondata da Elena Favilli e Francesca Cavallo che ha lanciato il primo rotocalco iPad per bambini a A3 Cube fondata da Emilio Billi e Antonella Rubicco e che sta cercando di portare una misura di razionalità nel mondo della memorizzazione di grandi masse di dati statistici. Da EPI-C, una startup fondata Gianlugi Franci e dalla docente universitaria Lucia Altucci,che sta cercando di ridurre radicalmente il costo degli studi clinici–e il lasso di tempo che corre tra l’inizio di una ricerca medica e l’arrivo sul mercato di un nuovo farmaco–a Pick1, un sito web che visualizza le preferenze degli utenti di una sito in tempo reale co-fondato dal veneziano Paolo Privitera. Da Watchup, una startup fondata dal napoletano Adriano Farano dopo aver ricevuto uno dei prestigiosissimi Knight Foundation Fellowship—la Kinight è la fondazione delle eccellenze giornalistiche– e che è stata indicate come il futuro del giornalisimo online da media come The Economist a AdEspresso, una agenzia online che permette di massimizzare l’investimento pubblicitario su Facebook e che è stata fondata dal binomio Carlo Forghieri e Massimo Chieruzzi.

Ma tra i nuovi leoni italiani della Valley—come li si potrebbe adesso definire—non figurano solo coloro che legano la loro storia ad una specifica avventura aziendale, ci sono anche i solisti. I cosiddetti imprenditori seriali come il cofondatore di Gild Luca Bonmasser. Nato a Massa Carrara, trentatre anni, fondatore di Coderloop, esperto di ricerca del personale (un cacciatore di teste lo definirebbero negli USA), acquisita poi da Gild, la cosidetta Goodle dei Talenti—di cui è diventato co-fondatore grazie alla creatività delle sue soluzioni ai problemi di ricerca del personale—Bonmasser non solo sta risolvendo il probelma di trovare nuovi talenti a giganti come Google e Facebook, ma sta anche rivoluzionando la Workforce science producendo metodi per appurare la competenza professionale di una persona che trascendono dai titoli di studio, e dalle raccomandazioni, e che si basano invece sull’analisi scientifica dell’impronta digitale di un candidato.

Un’altro dei ‘leoni solisti’ è Loris Degioanni. Fondatore di CACE Technologies, una startup che fu poi poi acquisita da Riverbed. Piemontese ( della Valle Stura), trasferitosi negli USA nel 2010, Degioanni a 4 anni di distanza è una celebrità. Di lui ha parlato Mario Calabresi nel libro Cosa Tiene Accese le Stelle ed è protagonista dell’autobiografia—scritta con Renzo Agasso—Ho Conquistato l’America, dove racconta come un software che aveva creato al Politecnico di Torino da studente, una volta arrivato negli USA gli fosse servito a diventare milionario e a risolvere per sempre i suoi problemi economici e quelli di un gruppo d’una ventina di programmatori che aveva fatto arrivare dall’Italia quando aveva scoperto che i software engineer californianai preferiscono lavorare per Google, Facebook o Yahoo piuttosto che per la piccola azienda d’un emigrante europeo.

Storia da globetrotter invece quella dell’albisolese Serena Cameirano. Ritenuta una delle maggiori menti hi-tech italiane, la Cameirano è partita dall’Italia nel 2003 ed è atterrata nella Silicon Valley un paio di anni fa dopo essere stata in Irlanda dove ha studiato computer science al Trinity College di Dublino, da dove passa alla Ludwig-Maximillians Universitat di Monaco, poi uno stage alla Microsoft di Redmon, e il ritorno a Dublino. Nemmno un anno e riparte per un praticantado al CERN di Ginevra—dove si familiarizza con la fisica delle particele—da qui un salto a Londra e due anni fa la grande avventura americana alla Salesforce di Marke Benioff, dove adesso codifica e corregge le bug che emrgono nei software della compagnia californiana.

Non mancano poi i figli d’arte. Questo è il caso di Marco Zappacosta, creatore di Thumbtack una startup che collega il mondo degli artigiani e dei piccoli professionisti con il grande pubblico e che dopo aver ricevuto un finanziamento di 100 milioni di dollari da Google adesso è valutata ad 800 milioni di dollari. Marco è figlio di Pierlugi Zappacosta e Enirca D’ettorre, fondatori di Logitech e di Digital Persona, due delle ditte Italiane di Silicon Valley di maggior successo.

Nuove presenze si registrano anche sul versante delle organizzazioni nate con l’intento specifico di facilitare lo scambio di talenti e la formazione di partenership tra aziende della Silicon Valley e compagnie italiane. Organizzazioni come Mind the Bridge, che fondata da un italiano di Google—Marco Marinucci—quest’anno s’è vista asegnare dalla Commissione Europea la responsabilità di coordinare l’iniziativa europea per lo sviluppo delle startup o come M31, un incubatore di stratup e acceleratore di impresa con sede in Italia e nella Silicon Valley, che si ripromette non solo di scorpire la prossima Google italiana e di aiutare la nuova tecnologia distruttiva nostrana a cambiare il mondo, ma anche di cambiare l’ecosistema innovazione italiano favorendo la crescita di una cultura imprenditoriale a tutti i livelli educativi del nostro paese. E non mancano per finire nemmeno le articolazioni regionali di questa rinascita italiana, come per esempio l’iniziativa lanciata da Unite the Two Bays, un progetto promosso da un gruppo transnazionale di operatori culturali ed economici, istituzioni pubbliche e private su ambedue i versanti dell’oceano teso a favorie la crescita di legami stabili tra la Silicon Valley, Napoli e la Regione Campania.

Posted in Glocanomica | Leave a comment

The Turkish Slave, Parmigianino at San Francisco’s Legion of Honor

by Paolo Pontoniere

In the eighteen hundreds observers believed that it had to be the picture of a slave, of a Turkish slave. There were not doubt Parmigianino’s painting of a women with a Turkish hat and ostrich’s feathers in her hands: it had to be the portrait of a beautiful slave. The ostrich duster, the chains intertwined with her garments, the eccentric hat, and the look at the same time a challenge and a shying away form attention. It could not be other but the subservient attitude of a slave. Some others believed her to be a noble woman, rich, powerful and whimsical–her attire. Other believed her to be a figment of the painter’s imagination created to fascinate the observer, and for the pleasure–and fantasy–of male fantasy. The transverse line of her sight, the slightly cross-eyed convergence of the eyes, a subtle reference to the Mona Lisa, but also to the mystery of femininity, sensuality and women’s nature. But with the first travel to the Americas, at San Francisco’s Palace of the Legion of Honor now arrives another, new, and very intriguing interpretation of  the painting, probably more in line with the interest of the painter and the those of the time. The Schiava maybe of all just a Muse, the muse of poetry. The image of Pegasus, elaborately embroidered in front of her languidly worn turban, signifying the fantasy flight at the foundation of the poet’s creative process of the poet;the ostrich instrument, a fountain spade used to ink the visions from those flights, and the chains…a barely connection, although a golden one, to average mortal’s  reality. But of this, better talks, with an erudite and intriguing presentation, Aimee Ng, guest curator of the Frick Collection in the following youtube video. Enjoy.

La Schiava Turca

http://legionofhonor.famsf.org/legion/exhibitions/poetry-parmigianinos-schiava-turca

Posted in Glocanomica | Leave a comment

Birra pancetta, cioccolato e noci, le craft americane fanno le globali

Clare Davenhall global-beer-economy

Birra pancetta, cioccolato e noci, le craft americane fanno le globali

di Paolo Pontoniere

Ci sono riusciti prima col vino, poi con l’olio d’oliva e adesso potrebbe essere il turno della birra. La presenza statunitense comincia a farsi sentire anche nel settore della della birra artigianale e delle microbirrerie.

Da Glasgow, dove è sbarcata la Brooklyn Ale, ad Amsterdam dove sono diffuse le etichette di The Brewery e Russian River Brewery, due microbirrerie californiane, e quelle della Hoppin’ Frog Brewery (una brewry dell’Ohio), per finire con l’Italia dove sono diffuse le etichette della Brooklyn Flying Dog newyorkese, le microbirre USA sono adesso apprezzate anche in Europa.

“Nel passato le birrerie artigianali americane imitavano quelle di paesi come il Belgio, Germania e Gran Bretagna dove le birrerie fanno parte del tessuto sociale”, dichiara Bob Pease, direttore generale della Brewer Association di Boulder in Colorado, “Adesso la situazione si è ribaltata, invece che studiare le birrerie americane sono studiate. Anche i belgi guardano agli USA per rinnovare la loro produzione”.

Con un 2500 stabilimenti attivi e 1237 in costruzione alla fine del 2013, sparsi sopratutto nelle grandi regioni metropolitane di San Diego, San Francisco, Denver, Chicago, Austin, Milwaukee, Boston, Portland e Asheville, il fenomeno microbirrerie negli USA ha assunto quasi una dimensione di quartiere.

A San Francisco spopola la Anchor Steam, distillata nel quartiere di Potrero Hill, a Kansas City c’è Boulevard Brewing Co., distillata nel quartiere di West Side, a Chicago la Goose Island che prende il nome dal quartiere omonimo. La lista delle birrerie di quartiere diventate famose (contrastando lo strapotere di giganti come la Miller Coors e la Anheuser Bush) si allunga di giorno in giorno. La Lagunitas, nata a Petaluma in California adesso è distilla anche a Chicago mentre la Sierra Nevada e la New Belgium partendo rispettivamente dalle Sierras californiane e dalle montagne del Colorado hanno stabilito una testa di ponte ad Asheville, in North Carolina e a Tampa in Florida.
E mentre le majors statunitensi—Anheuser-Bush, Miller Coors e Pabst Brewing—accusano una marcata flessione di mercato, meno 2,1 per cento, le birre craft (artigianali) sono in una fase logaritmica con 64 mila etichette al loro attivo, una crescita complessiva del 70 per cento nel 2012 e un incremento delle vendite del 15 per cento nel 2013, che corrisponde ad un fatturato annuale di 12 miliardi di dollari. Nel 2013 sono aumentate anche le esportazioni, del 50 per cento, sopratutto in direzione di Giappone, Cina e Brasile ma anche verso l’Olanda, che importa il maggior numero di etichette artigianali dagli USA, e il Belgio. La Duvel Moortgat, una delle maggiori birrerie belghe, per assicurasi la craft USA preferita dai fiamminghi, ha appena acquisito la Boulevard Brewing.

“Per certi versi la birra artigianale americana ha seguito una parabola simile a quella del vino”, dichiara Harry Balzer, analista della NDP, una think-tank alimentare, “Sparita dopo il proibizionismo oggi è di nuovo la prima bevanda degli USA e non solo ma spinti dall’esigenza di distinguersi e conquistare nuove fette di mercato i distillatori americani hanno cominciato and innovare la loro produzione mentre gli europei si sono adagiati sugli allori del passato”.

Birre alla pancetta, al caffè, al cioccolato, alle noci, le microbirrerie statunitensi per distinguersi producono gusti inusitati usando ingredient indigeni e adottando metodi produttivi di frontiera come il metodo Beers Made Walking—birre prodotte camminando.
“E’ un vecchio concetto. Cuochi di prestigio e vinai esperti lo chiamano terroir (locale)”, afferma Aaron Kleidon, fondatore della Scratch Beer, “implica l’uso di ingredienti naturali raccolti nelle campagne e nei boschi del vicinato e fino ad ora era stato ignorato di produttori di birra d’autore”.

E così le birre artigianali USA adesso oltre all’orzo delle grandi pianure e il luppolo del Pacifico settentrionale, possono contenere anche chockecherry (Prunus virginiana), una bacca tipica del sud statunitense, salvia, ginepro, ortica e funghi gallinacci.

Posted in Glocanomica | Leave a comment

I palazzi dell’impero digitale: Facebook, Apple e Google, gli edifici sono status symbol

I colossi dell’industria sono tutti impegnati nella sfida di costruire nuovi campus e spazi operativi destinati a testimoniare nel corso del tempo la loro grandezza. Ecco come costruiscono il futuro

di PAOLO PONTONIERE

I palazzi dell'impero digitale: Facebook, Apple e Google, gli edifici sono status symbolDAI SIGNORI rinascimentali, ai Robber Barons statunitensi per finire con i padroni dell’Internet, quando si tratta di autocitazionismo la scelta è obbligatoria: non c’è niente di meglio che costruire un edificio di proporzioni esagerate e che farà parlare le generazioni future per il suo arditismo architettonico che sfida le leggi di gravità e la prospettiva.

E non si tratta solo del vecchio mondo, con le sue piramidi, i suoi colossei, anche l’America è piena di questi status symbol. Il Chrysler Building, alla cui costruzione l’omonima casa autombilistica USA (acquistata dalla nostra FIAT) all’inizio del 900 aveva affidato il compito di esemplificare la grandezza illuminata alla quale era assurta l’industria di Detroit; la Trump Tower, che nel suo stupore dorato è un tributo alla vanità di Donald Trump, uno degli agenti immobiliari più scaltri degli USA e il toupé più famoso del continente americano; il Pan Am Building, che nei ’50 per legioni di stranieri, quasi che fosse una nuova statua della libertà, simbolizzava l’arrivo negli USA e poi via via la Hearst Tower; la Tribune Tower e la Transamerica Pyramid. Gli esempi in breve si sprecano. Ma adesso a ravvivare la vetusta tradizione arrivano i colossi dell’industria digitale che dalla Apple, a Facebook e da Amazon a Google sono tutte impegnate nella sfida di costruire nuovi campus destinati a testimoniare nel corso del tempo la loro grandezza.

Sebbene faccia notizia la decisione della Apple di costuire un mega edificio a forma di anello toroidale in quel di Cupertino, dal mondo dell’alta tecnologia si apprestano ad arrivare ben altri edifici destinati a stravolgere i principi correnti dell’architettura aziendale. Complessi architettonici come la nuova sede di Google a Mountain View, di Amazon a Seattle e quella di Samsung a San Jose. Progettati tutti e tre dallo studio di NBBJ Designing,  al quale si devono anche il Bill e Melinda Gates Foundation Building di Seattle e la nuova sede della University of California a San Francisco, questi edifici celebrano non solo la supremazia commerciale e tecnologica dell’azienda che li ha fatti costruire. Ma propongono anche maniere differenti di immaginarsi l’organizzazione aziendale, i rapporti interpersonali, il lavoro creativo e il rapporto di un’azienda e dei suoi impiegati con l’ambiente e la società circostante.

 

Navigazione per la galleria fotografica

Slideshow{}

Anche Facebook–che con il suo arrivo a East Palo Alto ha stravolto l’equilibrio sociale della contea che ospita la Stanford University, e Yahoo, stanno costruendo complessi aziendali destinati ad ospitare decine di migliaia di impiegati (12 mila nel caso di Yahoo) e a trasformare la geografia della regione nella quale sorgeranno. E come nel caso del nuovo campus di Amazon i risultati non potrebbero essere più strabilianti.

Situato nel cuore del Denny Triangle, uno dei quartieri più svantaggiati di Seattle, il complesso architettonico voluto da Bezos si innalzerà su un appezzamento di terra sul quale una volta campeggiava una collina livellata espressamente per fargli posto. Trecentoseimila metri quadrati di superficie divisi in tre isolati con tre torri da 38 piani e due biosfere nelle quali troveranno posto un parco pubblico, un anfiteatro da 1800 posti, una pista ciclabile, complessi sportivi, negozi e teatri, il complesso di Amazon sembra che sia stato trapiantato direttamente da Caprica, il pianeta di Battlestar Galactica. “Le aziende che hanno il quartier generale a Seattle sono tante, ma questo si distingue per le sua dimensioni e la sua grandezza architettonica”, ha dichiarato Al Clise, Ceo dell’azienda immobiliare che sta aiutando Amazon a sviluppare il suo progetto, “Penso che si tratti di una nuova dimensione e di una nuova visione per Amazon e infatti stanno già acqusitando i lotti adiacenti in vista di espansioni future”. Le tre cupole in vetro e acciaio ospiteranno anche 5 piani di uffici e riflettono la convinzione di Bezos che gli ecosistemi flessibili ed ecologicamente diversificati, nel quale gli impegati possono riunirsi in maniera non strutturata facilitano la creatività e la produttività, gli elementi biotici dell’architettura come la flora e la fauna servono a ridurre lo stress e rompere la monocromia del lavoro.

Anche Samsung, che una volta operava da una di quelle anonime warehouse a forma di scatolone che tempestano il paessaggio statunitense da costa a costa, e resi famosi da film come True Stories di David Byrne, per evidenziare il suo ruolo di leader tecnologico dell’era della mobilità digitale si è rivolta al computational design del gruppo NBBJ. E il NBBJ group ha risposto con un mastodontico edificio di 10 piani in vetro e acciaio che dall’esterno sembra uno dei classici edifici rettangolari per uffici ma al cui interno è stato ricavato una corte centrale a forma vagamente ovoidale che così gli impiegati possono vedere in qualsiasi momento quelli che lavorano su un altro. Secondo la NBBJ questa soluzione serve ad incoraggiare la collaborazione ai vari livelli della compagnia. Nel cortile, pure questo provvisto di bioserre, centri di intrattenimento e servizi di ristorazione, gli impiegati si possono incontrare e rilassare tra un meeting e l’altro e per discutere di progetti comuni e nessuno di loro si trovera mai ad oltre un piano di distanza da uno spazio verde.

La NBBJ lo chiama “computational design”, un approccio simile a quello che si usa per disegnare una app o una pagina web . Cerca di anticipare quanto più possibile la maniera in cui i futuri occupanti userano lo spazio stimolandoli ad impadronirsene.

“E una nuova frontiera”, ha dichiarato Andrew Heuman, esperto di disegno computazionale della NBBJ, “Gli architetti non sono più costretti ad immaginare come una persona interagirà con un edifico, possono simularlo in tempo reale, I progressi che abbiamo fatto in neurologia, psicologia e antropologia hanno prodotto una quantità enorme di dati che possiamo utilizzare per simulare il comportamento degli abitanti di un edifico al millimetro”.

La nuova frontiera nel caso di Facebook passa invece dagli uffici di Frank Ghery, l’architetto a cui si devono la casa danzante di Praga, il Guggenheim di Bilbao e la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles. Nel caso di Facebook, Ghery operando in una zona non sviluppata della Bay Area di San Francisco non ha restrizioni urbanistiche simili a quelle che si incontrano in un centro cittadino, e piutttosto che corrugare le superfici degli edifice, come fa tradizionalmente, ha corrugato il manto terrestre, facendolo adagiare sugli edifici del campus come se fosse un tappeto volante. In questa maniera di violta in volta funge da tetto dell’enorme warehouse nella quale Zuckeberg vuole sistemare i suoi 2800 ingegneri, da pista ciclabile, bosco, fattoria solare e giardino pensile.

“Si tratterà di un solo stanza enorme, completamente aperto nel quale per facilitare l’aggregazione dei team man mano che le persone passano da un progetto all’altro, le scrivanie sarranno in piena vista”, dichiara Everet Katigbak, responsabile ecologico di Facebook, “Ci saranno caffè, e un sacco di cucinette dove non mancheranno mai spuntini gi pronti così che non ci sarà mai ragione d’essere affamati, e per incoraggiare la gente lasciare la loro scrivania li intermezzeremo con divani, lavagne e tavoli”. I responsabili di Facebook sottolineano però che si tratta anche di un progetto rinnovabile. “Gli esterni tengono conto dell’architettura locale in maniera che siano in sintonia con il circondario, per questa ragione stiamo piantando alberi a bizeffe e non solo a livello del terreno ma anche sui tetti. La naturalezza del sito e il l’aspetto grezzo delle mura esterne sono voluti, ci permettono di costruire con maggiore velocità e di porre l’accento sugli aspetti ecofriendly del progetto”, spiega Katigbak.

Il tema natura figura preminentemente pure nel complesso architettonico da 300 mila metri quadrati che la NBBJ sta costruendo per conto di Google. Sebbene il gigante di Mountain View gli abbia imposto il silenzio, gli architetti della NBJJ hanno rilasciato uno schizzo nel quale si vedono tetti alberati, spazi per funzioni sociali, punti di incontro da un sapore vagamente da nave spaziale con un uso diffuso di pareti di vetro per eliminare la bariera visiva che divide l’esterno dall’interno. Insomma, le nuove visioni del futuro nasceranno in palazzi in cui il futuro si vede un po’ già da ora.

Posted in Glocanomica | Leave a comment