The Turkish Slave, Parmigianino at San Francisco’s Legion of Honor

by Paolo Pontoniere

In the eighteen hundreds observers believed that it had to be the picture of a slave, of a Turkish slave. There were not doubt Parmigianino’s painting of a women with a Turkish hat and ostrich’s feathers in her hands: it had to be the portrait of a beautiful slave. The ostrich duster, the chains intertwined with her garments, the eccentric hat, and the look at the same time a challenge and a shying away form attention. It could not be other but the subservient attitude of a slave. Some others believed her to be a noble woman, rich, powerful and whimsical–her attire. Other believed her to be a figment of the painter’s imagination created to fascinate the observer, and for the pleasure–and fantasy–of male fantasy. The transverse line of her sight, the slightly cross-eyed convergence of the eyes, a subtle reference to the Mona Lisa, but also to the mystery of femininity, sensuality and women’s nature. But with the first travel to the Americas, at San Francisco’s Palace of the Legion of Honor now arrives another, new, and very intriguing interpretation of  the painting, probably more in line with the interest of the painter and the those of the time. The Schiava maybe of all just a Muse, the muse of poetry. The image of Pegasus, elaborately embroidered in front of her languidly worn turban, signifying the fantasy flight at the foundation of the poet’s creative process of the poet;the ostrich instrument, a fountain spade used to ink the visions from those flights, and the chains…a barely connection, although a golden one, to average mortal’s  reality. But of this, better talks, with an erudite and intriguing presentation, Aimee Ng, guest curator of the Frick Collection in the following youtube video. Enjoy.

La Schiava Turca

http://legionofhonor.famsf.org/legion/exhibitions/poetry-parmigianinos-schiava-turca

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Birra pancetta, cioccolato e noci, le craft americane fanno le globali

Clare Davenhall global-beer-economy

Birra pancetta, cioccolato e noci, le craft americane fanno le globali

di Paolo Pontoniere

Ci sono riusciti prima col vino, poi con l’olio d’oliva e adesso potrebbe essere il turno della birra. La presenza statunitense comincia a farsi sentire anche nel settore della della birra artigianale e delle microbirrerie.

Da Glasgow, dove è sbarcata la Brooklyn Ale, ad Amsterdam dove sono diffuse le etichette di The Brewery e Russian River Brewery, due microbirrerie californiane, e quelle della Hoppin’ Frog Brewery (una brewry dell’Ohio), per finire con l’Italia dove sono diffuse le etichette della Brooklyn Flying Dog newyorkese, le microbirre USA sono adesso apprezzate anche in Europa.

“Nel passato le birrerie artigianali americane imitavano quelle di paesi come il Belgio, Germania e Gran Bretagna dove le birrerie fanno parte del tessuto sociale”, dichiara Bob Pease, direttore generale della Brewer Association di Boulder in Colorado, “Adesso la situazione si è ribaltata, invece che studiare le birrerie americane sono studiate. Anche i belgi guardano agli USA per rinnovare la loro produzione”.

Con un 2500 stabilimenti attivi e 1237 in costruzione alla fine del 2013, sparsi sopratutto nelle grandi regioni metropolitane di San Diego, San Francisco, Denver, Chicago, Austin, Milwaukee, Boston, Portland e Asheville, il fenomeno microbirrerie negli USA ha assunto quasi una dimensione di quartiere.

A San Francisco spopola la Anchor Steam, distillata nel quartiere di Potrero Hill, a Kansas City c’è Boulevard Brewing Co., distillata nel quartiere di West Side, a Chicago la Goose Island che prende il nome dal quartiere omonimo. La lista delle birrerie di quartiere diventate famose (contrastando lo strapotere di giganti come la Miller Coors e la Anheuser Bush) si allunga di giorno in giorno. La Lagunitas, nata a Petaluma in California adesso è distilla anche a Chicago mentre la Sierra Nevada e la New Belgium partendo rispettivamente dalle Sierras californiane e dalle montagne del Colorado hanno stabilito una testa di ponte ad Asheville, in North Carolina e a Tampa in Florida.
E mentre le majors statunitensi—Anheuser-Bush, Miller Coors e Pabst Brewing—accusano una marcata flessione di mercato, meno 2,1 per cento, le birre craft (artigianali) sono in una fase logaritmica con 64 mila etichette al loro attivo, una crescita complessiva del 70 per cento nel 2012 e un incremento delle vendite del 15 per cento nel 2013, che corrisponde ad un fatturato annuale di 12 miliardi di dollari. Nel 2013 sono aumentate anche le esportazioni, del 50 per cento, sopratutto in direzione di Giappone, Cina e Brasile ma anche verso l’Olanda, che importa il maggior numero di etichette artigianali dagli USA, e il Belgio. La Duvel Moortgat, una delle maggiori birrerie belghe, per assicurasi la craft USA preferita dai fiamminghi, ha appena acquisito la Boulevard Brewing.

“Per certi versi la birra artigianale americana ha seguito una parabola simile a quella del vino”, dichiara Harry Balzer, analista della NDP, una think-tank alimentare, “Sparita dopo il proibizionismo oggi è di nuovo la prima bevanda degli USA e non solo ma spinti dall’esigenza di distinguersi e conquistare nuove fette di mercato i distillatori americani hanno cominciato and innovare la loro produzione mentre gli europei si sono adagiati sugli allori del passato”.

Birre alla pancetta, al caffè, al cioccolato, alle noci, le microbirrerie statunitensi per distinguersi producono gusti inusitati usando ingredient indigeni e adottando metodi produttivi di frontiera come il metodo Beers Made Walking—birre prodotte camminando.
“E’ un vecchio concetto. Cuochi di prestigio e vinai esperti lo chiamano terroir (locale)”, afferma Aaron Kleidon, fondatore della Scratch Beer, “implica l’uso di ingredienti naturali raccolti nelle campagne e nei boschi del vicinato e fino ad ora era stato ignorato di produttori di birra d’autore”.

E così le birre artigianali USA adesso oltre all’orzo delle grandi pianure e il luppolo del Pacifico settentrionale, possono contenere anche chockecherry (Prunus virginiana), una bacca tipica del sud statunitense, salvia, ginepro, ortica e funghi gallinacci.

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I palazzi dell’impero digitale: Facebook, Apple e Google, gli edifici sono status symbol

I colossi dell’industria sono tutti impegnati nella sfida di costruire nuovi campus e spazi operativi destinati a testimoniare nel corso del tempo la loro grandezza. Ecco come costruiscono il futuro

di PAOLO PONTONIERE

I palazzi dell'impero digitale: Facebook, Apple e Google, gli edifici sono status symbolDAI SIGNORI rinascimentali, ai Robber Barons statunitensi per finire con i padroni dell’Internet, quando si tratta di autocitazionismo la scelta è obbligatoria: non c’è niente di meglio che costruire un edificio di proporzioni esagerate e che farà parlare le generazioni future per il suo arditismo architettonico che sfida le leggi di gravità e la prospettiva.

E non si tratta solo del vecchio mondo, con le sue piramidi, i suoi colossei, anche l’America è piena di questi status symbol. Il Chrysler Building, alla cui costruzione l’omonima casa autombilistica USA (acquistata dalla nostra FIAT) all’inizio del 900 aveva affidato il compito di esemplificare la grandezza illuminata alla quale era assurta l’industria di Detroit; la Trump Tower, che nel suo stupore dorato è un tributo alla vanità di Donald Trump, uno degli agenti immobiliari più scaltri degli USA e il toupé più famoso del continente americano; il Pan Am Building, che nei ’50 per legioni di stranieri, quasi che fosse una nuova statua della libertà, simbolizzava l’arrivo negli USA e poi via via la Hearst Tower; la Tribune Tower e la Transamerica Pyramid. Gli esempi in breve si sprecano. Ma adesso a ravvivare la vetusta tradizione arrivano i colossi dell’industria digitale che dalla Apple, a Facebook e da Amazon a Google sono tutte impegnate nella sfida di costruire nuovi campus destinati a testimoniare nel corso del tempo la loro grandezza.

Sebbene faccia notizia la decisione della Apple di costuire un mega edificio a forma di anello toroidale in quel di Cupertino, dal mondo dell’alta tecnologia si apprestano ad arrivare ben altri edifici destinati a stravolgere i principi correnti dell’architettura aziendale. Complessi architettonici come la nuova sede di Google a Mountain View, di Amazon a Seattle e quella di Samsung a San Jose. Progettati tutti e tre dallo studio di NBBJ Designing,  al quale si devono anche il Bill e Melinda Gates Foundation Building di Seattle e la nuova sede della University of California a San Francisco, questi edifici celebrano non solo la supremazia commerciale e tecnologica dell’azienda che li ha fatti costruire. Ma propongono anche maniere differenti di immaginarsi l’organizzazione aziendale, i rapporti interpersonali, il lavoro creativo e il rapporto di un’azienda e dei suoi impiegati con l’ambiente e la società circostante.

 

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Anche Facebook–che con il suo arrivo a East Palo Alto ha stravolto l’equilibrio sociale della contea che ospita la Stanford University, e Yahoo, stanno costruendo complessi aziendali destinati ad ospitare decine di migliaia di impiegati (12 mila nel caso di Yahoo) e a trasformare la geografia della regione nella quale sorgeranno. E come nel caso del nuovo campus di Amazon i risultati non potrebbero essere più strabilianti.

Situato nel cuore del Denny Triangle, uno dei quartieri più svantaggiati di Seattle, il complesso architettonico voluto da Bezos si innalzerà su un appezzamento di terra sul quale una volta campeggiava una collina livellata espressamente per fargli posto. Trecentoseimila metri quadrati di superficie divisi in tre isolati con tre torri da 38 piani e due biosfere nelle quali troveranno posto un parco pubblico, un anfiteatro da 1800 posti, una pista ciclabile, complessi sportivi, negozi e teatri, il complesso di Amazon sembra che sia stato trapiantato direttamente da Caprica, il pianeta di Battlestar Galactica. “Le aziende che hanno il quartier generale a Seattle sono tante, ma questo si distingue per le sua dimensioni e la sua grandezza architettonica”, ha dichiarato Al Clise, Ceo dell’azienda immobiliare che sta aiutando Amazon a sviluppare il suo progetto, “Penso che si tratti di una nuova dimensione e di una nuova visione per Amazon e infatti stanno già acqusitando i lotti adiacenti in vista di espansioni future”. Le tre cupole in vetro e acciaio ospiteranno anche 5 piani di uffici e riflettono la convinzione di Bezos che gli ecosistemi flessibili ed ecologicamente diversificati, nel quale gli impegati possono riunirsi in maniera non strutturata facilitano la creatività e la produttività, gli elementi biotici dell’architettura come la flora e la fauna servono a ridurre lo stress e rompere la monocromia del lavoro.

Anche Samsung, che una volta operava da una di quelle anonime warehouse a forma di scatolone che tempestano il paessaggio statunitense da costa a costa, e resi famosi da film come True Stories di David Byrne, per evidenziare il suo ruolo di leader tecnologico dell’era della mobilità digitale si è rivolta al computational design del gruppo NBBJ. E il NBBJ group ha risposto con un mastodontico edificio di 10 piani in vetro e acciaio che dall’esterno sembra uno dei classici edifici rettangolari per uffici ma al cui interno è stato ricavato una corte centrale a forma vagamente ovoidale che così gli impiegati possono vedere in qualsiasi momento quelli che lavorano su un altro. Secondo la NBBJ questa soluzione serve ad incoraggiare la collaborazione ai vari livelli della compagnia. Nel cortile, pure questo provvisto di bioserre, centri di intrattenimento e servizi di ristorazione, gli impiegati si possono incontrare e rilassare tra un meeting e l’altro e per discutere di progetti comuni e nessuno di loro si trovera mai ad oltre un piano di distanza da uno spazio verde.

La NBBJ lo chiama “computational design”, un approccio simile a quello che si usa per disegnare una app o una pagina web . Cerca di anticipare quanto più possibile la maniera in cui i futuri occupanti userano lo spazio stimolandoli ad impadronirsene.

“E una nuova frontiera”, ha dichiarato Andrew Heuman, esperto di disegno computazionale della NBBJ, “Gli architetti non sono più costretti ad immaginare come una persona interagirà con un edifico, possono simularlo in tempo reale, I progressi che abbiamo fatto in neurologia, psicologia e antropologia hanno prodotto una quantità enorme di dati che possiamo utilizzare per simulare il comportamento degli abitanti di un edifico al millimetro”.

La nuova frontiera nel caso di Facebook passa invece dagli uffici di Frank Ghery, l’architetto a cui si devono la casa danzante di Praga, il Guggenheim di Bilbao e la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles. Nel caso di Facebook, Ghery operando in una zona non sviluppata della Bay Area di San Francisco non ha restrizioni urbanistiche simili a quelle che si incontrano in un centro cittadino, e piutttosto che corrugare le superfici degli edifice, come fa tradizionalmente, ha corrugato il manto terrestre, facendolo adagiare sugli edifici del campus come se fosse un tappeto volante. In questa maniera di violta in volta funge da tetto dell’enorme warehouse nella quale Zuckeberg vuole sistemare i suoi 2800 ingegneri, da pista ciclabile, bosco, fattoria solare e giardino pensile.

“Si tratterà di un solo stanza enorme, completamente aperto nel quale per facilitare l’aggregazione dei team man mano che le persone passano da un progetto all’altro, le scrivanie sarranno in piena vista”, dichiara Everet Katigbak, responsabile ecologico di Facebook, “Ci saranno caffè, e un sacco di cucinette dove non mancheranno mai spuntini gi pronti così che non ci sarà mai ragione d’essere affamati, e per incoraggiare la gente lasciare la loro scrivania li intermezzeremo con divani, lavagne e tavoli”. I responsabili di Facebook sottolineano però che si tratta anche di un progetto rinnovabile. “Gli esterni tengono conto dell’architettura locale in maniera che siano in sintonia con il circondario, per questa ragione stiamo piantando alberi a bizeffe e non solo a livello del terreno ma anche sui tetti. La naturalezza del sito e il l’aspetto grezzo delle mura esterne sono voluti, ci permettono di costruire con maggiore velocità e di porre l’accento sugli aspetti ecofriendly del progetto”, spiega Katigbak.

Il tema natura figura preminentemente pure nel complesso architettonico da 300 mila metri quadrati che la NBBJ sta costruendo per conto di Google. Sebbene il gigante di Mountain View gli abbia imposto il silenzio, gli architetti della NBJJ hanno rilasciato uno schizzo nel quale si vedono tetti alberati, spazi per funzioni sociali, punti di incontro da un sapore vagamente da nave spaziale con un uso diffuso di pareti di vetro per eliminare la bariera visiva che divide l’esterno dall’interno. Insomma, le nuove visioni del futuro nasceranno in palazzi in cui il futuro si vede un po’ già da ora.

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NAStartUp, crescono a Napoli le inziative indipendenti a favore dell’innovazione giovanile

NAStratUP screenNapoli, 29 Aprile 2014 – Crescono i numeri di NAStartUpTrecento partecipanti da 5 regioni italiane, 50 proposte di pitch, 500 contatti (solo in digitale) fatti dalle StartUp selected che hanno presentato i Pitch certificano il successo di quest’iniziativa indipendente che ha l’obiettivo di valorizzare l’ecosistema napoletano dell’innovazione.

  “ NAStartup è il Fight Club di chi vuol cambiare le cose per far crescere l’ecosistema delle Startup e la Competitività dell’Innovazione Made in Naples (ma non solo) dichiara Antonio Prigiobbo – Co-founder NA Startup, ”Prima Regola di NAStartup, è non parlare di NAStartup (vieni a NAStartUp)”

 “A Napoli non è mai mancata la creatività o la capacità di innovare ma la capacità di fare sistema”, aggiunge Antonio Savarese – Co-founder, NA Startup, “Beh stavolta non è così, attorno al nostro evento si stanno aggregando le energie migliori della nostra città; startuppers, istituzioni, venture capitalist, comunicatori. Stavolta si cambia davvero! La nostra ambizione è quella di invertire la rotta, non più idee e cervelli che partono da Napoli ma finalmente portare i capitali qui in modo da sviluppare nuove iniziative che possano rilanciare l’economia

Dedicato a tutti i napoletani amanti dell’innovazione l’evento  si terrà il giorno 8 Maggio alle ore 18 c/o il Vanilla Cafè – Napoli, via Partenope 12, offrira’ un’occasione per conoscersi, discutere e presentare le proprie startup con un  pitch davanti a una platea selezionata

Nei prossimi giorni saranno note le startup che presenteranno la loro idea, i criteri che saranno utilizzati per la scelta saranno  (originalità dell’idea, capacità espositiva, scalabilità, mercato potenziale)

Avremo gli Esploratori, ovvero coloro che stanno mettendo insieme l’equipaggio o stanno pensando di costruire la nave….insomma chi sta lavorando allo sviluppo della propria idea imprenditoriale ed i Navigatori che invece sono come Marco Polo… sono in grado di navigare in mare aperto, hanno tutte le convinzioni necessarie (il prodotto, gli investitori, etc..)”

Per chi vuole partecipare è necessario registrarsi al link –http://www.nastartup.it/ticket

NAStartUp è un evento periodico che nasce dall’idea di Antonio Prigiobbo,Innovation Designer e creatore della community Vulcanicamente e da Antonio Savarese, giornalista specializzato in innovazione tecnologica, con la collaborazione di Massimo Morgante, CEO di Volumeet, dedicato a tutti gli amanti dell’innovazione napoletani per conoscersi, discutere e presentare le proprie startup con un  pitch davanti a una platea selezionata, .

NA StartUp del 2 Aprile è Sostenuto in Autoproduzione con la partecipazione come sponsor tecnico di BeGraphic.it e la sponsorizzazione di MetanTecnoHiltronedIntertwine

Tutte le foto dell’evento sono realizzate daGiusva Cennamo studio fotografico primo piano.

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NA StartUp è l’Evento Napoletano per Sviluppare Networking per l’ecosistema Napoletano delle StartUp

Website: http://www.nastartup.it

Twitter: @nastartup

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Coordinamento/Progetto

Antonio Prigiobbo

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Ufficio stampa e PR

Antonio Savarese

m +39 333 6364148 / email antoniosavarese@gmail.com Skype – antonio.savarese

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La proteina ammazza tumori

di Paolo Pontoniere

Un metodo rivoluzionario per distruggere le cellule cancerongene in circolazione nel sangue di una persona, prima che queste possano infettare gli organi, è stato scoperto di recente negli Stati Uniti dai ricercatori del dipartimento di ingegneria biomolecolare della Cornell University.  Il metodo, che  risulta efficace nel 90 per cento dei casi, potrebbe essere  presto utilizzato per trattare  i tumori in fase metastatica,  riducendo fortemente il tasso di mortalità della malattia.

La metastasi avviene quando le cellule cancerogene si diffondono in altre parti del corpo. Le radizioni e la chirurgia riescono a trattare i tumori primari, ma rilevare la presenza di cellule cancerogene in circolazione rimane a tutt’oggi molto difficile, rendendo il trattamento della metastasi quasi impossibile. Ma adesso i ricercatori della Cornell potrebbero aver trovato un’elegante soluzione.

Riportata in un articolo pubblicato dal giornale scientifico Proceedings of the National Academy of Science la nuova tecnica prevede l’utilizzo dei leucociti—globuli bianchi—come se fossero delle mine gallegianti nella circolazione sanguigna di un paziente.  I leucociti, ai quali  i ricecatori hanno incollato una proteina killer,  inducono le cellule cancerogene che li sfiorano ad autodistruggersi esplodendo.

“Una volta iniettati i leucociti ai quali abbiamo incollato la proteina assassina, le cellule cancerogene sono fritte”, ha dichiarato Michael King, docente di ingegneria biomolecolare, e direttore del gruppo di  ricerca della Cronell, “Circa il 90 per cento dei decessi da cancro sono causati dalla metastasi, adesso abbiamo trovato un metodo per dispiegare un’armata di globuli bianchi che possono obliterare le cellule cancerogene dalla circolazione sanguigna di un paziente causandone l’apoptosi—la morte”.

Per creare i leucociti potenziati gli scienziati usano un compleso di due proteine: la E-selectin—una molecola adesiva espressa dalle cellule endoteliali quando sono  attivate da processi infiammatori– e la TRAIL, (Tumor Necrosis Factor Related Apoptosis -inducing Ligand), una citochina prodotta dai tessuti sani in risposta a fenomeni invasivi e infiammazione e che causa la morte delle cellule alle quali si collega. La TRAIL è stata usata già dalla metà  degli anni ’90 come bersaglio in molte soluzioni terapeutiche ma con scarsi risulati, questa è la prima volta che produce una risposta così alta.

Nel binomio sintetizzato dai ricercatori staunitensi la E-selectin, funziona da collante tra la TRAIL e il leucocita mentre la TRAIL, adesso espressa sulla superficie del globulo bianco, fa da fuso che fa esplodere tutte  le cellule tumorali con le quali viene in contatto il leucocita.

“E’ un risultato sorprendente”, ha dichiarato King, “Riprogrammare i globuli bianchi in circolazione è più efficiente che bersagliare le cellue cancerogene direttamente con  liposomi o proteine solubili”.

E il conumbio funziona meglio in vivo che in vitro. Infatti quando sperimentato in soluzione salina il tasso di efficacia era solo del 60 per cento, iniettato in animali di laboratorio l’efficacia ha sfiorato  il 100 per cento dei casi, eliminando quasi del tutto le cellule cancerogene. La prossima tappa è dare inizio alle prove cliniche.

 

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