Treasures from Naples’ Teatro di San Carlo

Photo credit: Nickolas Marinelli

San Francisco, CA, May 07, 2013 –(PR.com)– A delighted Italian Consul General, Mauro Battocchi, and Italian Cultural Institute Director, Paolo Barlera, are proud to present an exceptional exhibit of the Treasures of Naples’ Teatro di San Carlo, curated by Amelia Antonucci and Paolo Pontoniere of Campania Felix, to raise funds to bring the orchestra and chorus of the Teatro di San Carlo from Naples to San Francisco to join with the San Francisco Opera orchestra and chorus in a historic “Concert of the Two Bays” performance of Verdi’s Requiem in October 2013, in honor of Verdi’s 200th birthday. States Consul General Battocchi, “It is very fitting to hold the Concert of the Two Bays this year in San Francisco, as we continue to celebrate 2013 Year of Italian Culture in conjunction with Teatro di San Carlo.”

Rising Phoenix-like from devastating aerial bombing during WWII, Naples’ Teatro di San Carlo is one of the oldest opera houses in the world (since 1737), and the oldest continuously active venue for public opera in Europe, opening decades before both the Milanese La Scala and Venetian La Fenice theaters.

Unbeknownst to many, the Teatro di San Carlo and the San Francisco Opera share an important common connection. The founding Director of the San Francisco Opera, Gaetano Merola, was born in Naples, trained at the Naples Conservatory of Music, and was the son of a violinist at the Court of the King of Naples. In 1918 or 1919, Gaetano Merola was playing poker in North Beach with nine of his Italian friends, including Giuseppe Brucia, a successful businessman and philanthropist, when one of them asked: If San Franciscans liked Opera so much, why didn’t the City have its own opera company? They all agreed it was a great idea, and pledged to back and finance Merola in establishing a San Francisco Opera company. Giuseppe Brucia gave the seed capital with further financing from A.P. Giannini and the Bank of Italy (now Bank of America). On June 3, 1922, Gaetano Merola opened the new San Francisco Opera Company in the Stanford Football Stadium with three operas–Pagliacci, Carmen, and Faust. By 1932, the San Francisco Opera Company, now world-renowned, had moved into its permanent home, the War Memorial Opera House, where it is today one of the most important opera centers on the planet.

Now the ties binding the two institutions are set to be strengthened with the much anticipated once-in-a-lifetime “Concert of the Two Bays” performance of Giuseppe Verdi’s Requiem, celebrating Verdi’s Bicentennial and the Year of Italian Culture in America, to be held on October 25, 2013 at the War Memorial Opera House, featuring the choruses and orchestras of the Teatro di San Carlo and San Francisco Operas on the same stage, under the direction of Maestro Nicola Luisotti, the current Music Director of both companies.

This landmark concert will be preceded and supported by Treasures from Naples’ Teatro di San Carlo, an exhibit featuring stage costumes, jewels, tapestries, and other Treasures from the Teatro di San Carlo Historical Collection, which date back to the end of the 1700’s, as well as set design lithographs by renowned Transavanguardia artist Mimmo Paladino, appearing at the Italian Cultural Institute of San Francisco. This is a unique one-time exhibit, as the artifacts on display are to be auctioned on June 15th at the Fairmont Hotel during a Gala benefit and auction to raise funds to bring the Teatro di San Carlo orchestra and chorus to San Francisco.

The Media Preview and Opening of this exciting exhibit, curated by Amelia Antonucci and Paolo Pontoniere of Campania Felix at the Italian Cultural Institute, took place May 7, 2013, with a personal appearance and remarks by David Gockley, Director of the San Francisco Opera, and video appearance and remarks by Hon. Luigi De Magistris, Mayor of Naples and President of Teatro di san Carlo,Rosanna Purchia, the theatre’s superintendent,  and Maurizio Maddaloni, President of the Naples Chamber of Commerce.

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Dagli Usa alla Cina, l’ascesa degli Egoseums

La crisi mondiale non risparmia le grandi istituzioni culturali pubbliche. Ma paradossalmente, a trarne beneficio, sono i grandi collezionisti privati. Dall’immancabile Arnault alla Tasmania, i casi più eclatanti

di PAOLO PONTONIERE

Dagli Usa alla Cina, l'ascesa degli EgoseumsUn’immagine del MoNa di Hobart, Tasmania, Australia

Gli effetti della grande recessione non vi vedono solo a livello economico, creando schiere di neo-poveri e disoccupati, di recente si stanno ripercuotendo anche sulla vita culturale delle varie nazioni in crisi e sul funzionamento delle istituzioni preposte alla preservazione del patrimono artistico e culturale, particolarmente dei musei, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa del concetto di museo. E come si sa dove l’amminsitrazione pubblica entra in crisi si crea un’opportunità per i privati.

E si tratta d’una crisi internazionale, che spazia dagli USA all’Europa e colpisce istituzioni museali grandi e piccole, a prescindere dal fatto che si tratti di città sull’orlo del collasso fiscale o di capitali della finanza internazionale. Si veda per esempio il caso del Walter P. Chrysler Museum, Michigan, che, sebbene fosse sopravvisuto nel 2007 alla bancarotta della casa automobilistica omonima che l’aveva fondato, alla fine del 2012 ha dovuto chiudere i battenti prima che i debitori mettessero i sigili alla sue porte.

LE IMMAGINI

Stessa storia al Rose Art Museum della Brandeis University – una delle principali degli USA – che ha dovuto a sua volta chiudere i battenti perché l’università non poteva più pagare i salari. A Seattle invece, che come si sa grazie all’hi-tech se la cava meglio di Detroit, il Seattle Museum of Art, dopo aver perso il curatore e il diretore, è riuscito soltanto nel febbraio scorso ad organizzare – a cinque anni di distanza dall’ultimo… precedente – una mostra, mentre il Metropolitan Museum of Art di New York, il più grande degli USA, ha sospeso le assunzioni e chiuso 15 delle sue sedi satellitari sparse per il paese.

E se le cose vanno male negli USA, dove i tagli automatici del bilancio, le sequestration, stanno impattando anche lo Smithsonian, le cose in Gran Bretagna vanno ancora peggio. Secondo un recente sondaggio del Guardian il bilancio del 51 per cento dei musei pubblici britannci ha subito tagli del budget. Oltre un quarto hanno dovuto chiudere le collezioni e cancellare mostre e il 42 per cento ha ridotto il personale.

In Italia, dove il Maxxi nel 2011 ha subito una riduzione del 41 per cento del suo bilancio, e Pompei continua a crollare per mancanza di manutenzione dovuta alla penuria di fondi, nel 2012 ha fatto notizia la storia del Museo d’arte Moderna di Casoria. Quell’anno il direttore Antonio Manfredi decise di bruciare pubblicamente parte della sua collezione per protestare contro la mancanza di sostegno da parte del governo.

Ma mentre la crisi morde le collezioni pubbliche lo stesso non si può dire delle collezioni nelle mani dei privati, che al contrario stanno vivendo quella che potrebbe essere definita una “stagione dei mille fiori”, con musei, retrospettive e collettive che stanno spuntando un po’ dappertutto per il pianeta. Cercando di sfuggirte all’imprevedibilità delle borse, e all’instabilità di monete di rifugio come l’euro, i super-ricchi negli ultimi anni hanno cominciato ad investire in beni di rifugio il cui valore sfugge agli alti e bassi petroliferi e bancarotte statali di varia natura.

E quale miglior investimento se non quello in opere d’arte il cui valore è regolato da principi che esulano dalle dinamiche di borsa o dagli andamenti di mercato, e anche dalle guerre? Si prenda per esempio il caso di Charles Saatchi, fondatore della Saatchi & Saatchi – la più famosa agenzia pubblicitaria del mondo. Uno dei più grandi collezionisti d’opere d’arte viventi, Saatchi sta donando la sua collezione alla Chelsea Gallery di Londra per costuire una collezione col suo nome. David Roberts, figlio di un portuale scozzese, e magnante dell’edilizia, anche lui con oltre 2000 opere nei suoi garage, ha deciso invece di aprire un museo l’anno scorso a Camden, a Nord di Londra. La nuova galleria ospiterà lavori dei maggiori artisti contempoarena, includendo Ofili, Damien Hirst e Tracey Emin.

Opere di Ofili, Hirst e Jenny Seville saranno anche al centro di un megamuseo sotterraneo che David Walsh, matematico australiano e giocatore di professione, ha costrutio il MONA, alle porte di Hobart, nella Tasmania australiana. Per ospitare la sua collezione valutata intorno ai 150 milioni di dollari, Walsh spenderà qualcosa come 90 milioni di dollari. Distribuita su tre piani di ferro e cemento la collezione esibirà la Vergine Maria di Ofili che rappresenta la Madonna come una donna nera; On the Road to Heaven di Stephen Shanabrook–una rappresentazione in cioccolato dei corpi mutilati di vittime di un attentato terroristico–e Cloaca, una macchina artistica di Wilm De Voyes che produce escrementi mimando il sistema digestive umano.

Il fenomeno è così pervasivo che per definirlo gli esperti d’arte hanno coniato un neologismo: egoseums, cioè musei dell’ego. “In qualche maniera la mia galleria è un megafono e io sono a Hyde Park Corner”, ha affermato Walsh, intendendo che per lui ques to è un metodo per far sapere la mondo quello che pensa. Infatti Hyde Park Corner è un angolo famoso nella storia britannica: è quello dal quale tradizionalmente i soap-box orators, cittadini normali, tengono comizi pubblici sulle materie più disparate standosene in piedi su una cassetta di legno.

“Donare le proprie opera d’atrte ad un museo non soddisfa più i super ricchi”, ha aggiunto Roberts , “se uno dona le sue opere ad un museo non è per farle impolverare in un deposito”. A Mosca, forse proprio per evidenziare questa incongruenza, Dasha Zhukova, compagna dell’oligarca Roman Abramovich, ha aperto il Garage Center for Contemporary Culture, un museo allestito in un vecchi deposito di autobus, e vi tiene retrospettive di livello mondiale. L’ultima dedicata a Rothko, ha ricevuto plauso dei più sofisticati critici d’arte contemporanea.
“Di sicuro una delle migliori mostre mondiali d’arte contemporanea degli ultimi 5 anni”, ha dichiarato Oliver Barker, specialista della famosa casa d’aste Sotheby.

E mentre Zhukova promette di aprire presto un’altra galleria, magari negli USA, miliardari come Anita e Poju Zabludowicz hanno già convertito una vecchia cappella nella zona nord-orientale di Londra, dove stanno mettendo in mostra gli oltre 200 lavori di cui dispongono. Altri magnanti come Bernard Arnault (il boss della Louis Vuitton), Alice Walton e lo stesso Hirst, sono pure loro impegnati a costruire ogn’uno il loro museo privato. Hirst nel suo, oltre alle sue opere, conta di esporre anche lavori Jeff Koons e Keith Tyson.

Ma non sempre I ricchi scelgono di costruire delle istituzioni indipendenti, alcuni come i coniugi Fisher di San Francisco, fondatori del GAP, stanno prestando le loro collezioni a musei già esistenti con l’accordo che questi costruiranno delle nuove ale o delle nuove sedi per esporre i capolavori in prestito. Nel caso del MOMA di San Francisco, che ha beneficiato del prestito dei Fisher, l’accordo arriva anche con un contributo per la costruzione del nuovo edifico, con l’intesa che succeda quello che succeda la nuova collezione sarà gestita in maniera indipendente da quelle pubbliche.  Neal Benezra, direttore del MoMa della città californiana, riconosce che si tratta di un accordo non usuale. “Certo non ci appartengono, ma le gestiremo, le conserveremo e le esporremo per educare il pubblico così come faccimao per le altre collezioni”, ha dichiarato Benezra.

Non sempre però la ciambella riesce con il buco. Nel caso del Los Angeles County Museum of Art che aveva siglato un accordo del genere con il miliardario Eli Broad per la costruzione di un nuvo edificio destinato ad ospitare la sua collezione, le cose sono andate diversamente. Dopo aver donato 56 milioni per la costruzione dell’edificio Broad, e imposto che avesse il suo nome e fosse costruito da Renzo Piano, Broad ha deciso di costruirne uno suo, lasciando il LACMA con un edificio vuoto e che per giunta porta il nome di un donatore che l’ha tradito.

La prolificazione degli egoseums non poteva non investire anche l’Asia e particolarmente la Cina dove il boom economico ha creato schiere di milardari. Questo è il caso dei miliardari Wang Wei e di suo marito Liu Yiqian, che negli ultimi anni hanno investito otre 300 milioni di dollari in opere d’arte e adesso si preparano ad esporle in un museo che stanno costruendo a Shanghai e che aprirà I battenti ad ottobre di quest’anno. “Le nuove casalinghe ricche hanno I soldi ma il gusto per poterli spendere in prodotti di classe”, ha dichiarato la Wang, “io voglio mostrargli come fare ad avere buon gusto”.

Anche Budi Tek, magnante indonesiano dell’agricoltura, sta aprendo un museo a Shangai, il De Museum, dove esporrà opere d’arte contemporanea asiatica ed occidentale. Il colezionista Guan Yi, un’altro degli oltre 3 milioni diultraricchi cinesi, il suo museo lo sta aprendo in un vecchio hangar aeronautioc alle porte di Pechino. “Perché I Medici commissionavano tanta arte? Perché il Vaticano ingaggiò Michelangelo? Si trattava di Filantropia o era una dimostrazione di potere eper voglia di spettacolo”, si domanda Philipp Dodd, organizzatore della Honk Kong Art, il primo forum internazionale dei musei privati, “Io penso che si trattasse di un coacervo di tutte queste ragioni. Adesso lo stesso sta succedendo anche in Asia”.

Ed infatti qest’anno a maggio di quest’anno alla sua fair parteciperanno oltre 40 proprietari di musei privati proveniente dall’Australia, dall’Indonesia, Giappone ed India. “I gusti col tempo cambiano”, ha affermato Michael Govan, direttore del LACMA, quando gli hanno chiesto come avrebbe affrontato la crisi causata dal ritiro della collezione promessa da Eli Bard, “I musei pubblici sono attrezzati per far fronte proprio a questi cambiamenti. Nel mondo c’è un sacco d’arte contemporanea e c’è una proliferazione di collezionisti, è naturale che delle opere finiscano in deposito, il tempo farà giustizia della loro posizione nella storia dell’arte”. Una dichiarazione questa che se tende a rassicurare il pubblico, suona contemporaneamente come un avvertimento ai creatori degli egoseums.

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Sexy Before Apple. The Italian Experience in Silicon valley

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Startup: dal Vesuvio a Silicon Valley, Napoli si collega a San Francisco

Startup: dal Vesuvio a Silicon Valley,
Napoli si collega a San Francisco

Un progetto di gemellaggio digitale tra le due città punta a sviluppare un polo produttivo di giovani imprese in Campania, sollecitando scambi tra ricercatori e istituzioni. Con l’attenzione delle amministrazioni e dei venture capitalist dell’hi-techdi PAOLO PONTONIERE

Startup: dal Vesuvio a Silicon Valley, Napoli si collega a San Francisco
SAN FRANCISCO - “Napoli non è New York”, scriveva agli inizi degli anni 80 il sociologo Alberto Abruzzese per sottolineare le similitudini e le diversità che corrono fra la magmatica creatività del centro partenopeo e la metropoli statunitense. Ma se Napoli non è New York, ci sono adesso elementi per pensare che presto Napoli potrebbe essere San Francisco, e che le porte della Silicon Valley si stiano aprendo anche per l’imprenditoria e la vulcanica creatività giovanile napoletana.

Un’iniziativa lanciata un paio di anni fa da un gruppo di campani residenti nella Bay Area di San Francisco sta per ricevere un’accelerazione con un invito a visitare la città californiana, spedito in questi giorni da Ed Lee, il sindaco di origine cinese, al sindaco di Napoli Luigi De Magistris. L’iniziativa, dal titolo “Dal Vesuvio a Silicon Valley”, punta a creare un canale stabile di scambi culturali ed economici  tra la città partenopea e la capitale dell’innovazione tecnologica planetaria, attraverso programmi che favoriscano non solo un rapporto più stretto tra gli ambienti artistici e imprenditoriali delle due città, ma che promuovono anche progetti volti a stimolare la crescita di un tessuto di startup giovanili nella città campana.

Ad aiutare i campani, facendogli da contraltare nella California settentrionale, ci saranno organizzazioni civiche e fondazioni italo-americane della Baia di San Francisco come Mind The Bridge, il Silicon Valley Italian-American Executive Council e la National Italian-American Foundation. Realtà che operano spesso in collaborazione e stanno già promuovendo iniziative come lo Startup Boot Camp, la Startup School e il Silicon Valley Tour, che sono servite già tutte a far crescere una nuova leva di imprenditori digitali in varie città italiane.

Il progetto di collegare Napoli a San Francisco e più in generale con Silicon Valley mira a creare uno sbocco anche  per la ricerca scientifica e tecnologica partenopea sollecitando scambi tra ricercatori e istituzioni accademiche sui due versanti dell’oceano. Avvantaggiandosi del  sostegno di un gruppo variegato di personaggi che include politici napoletani e californiani – Tom Ammiano, congressista di San Francisco di origine napoletana e Ed Lee, sindaco della città, sono tra i sostenitori più entusiasti – imprenditori, artisti, giornalisti, venture capitalist e diplomatici.
Intanto è prevista per il 2 Giugno 2013 la visita di De Magistris a San Francisco, che sarà celebrata con un concerto congiunto dell’orchestra del Teatro San Carlo e della San Francisco Opera, istituzioni dirette dal Maestro Nicola Luisotti. E sebbene i dettagli dei programmi che si muovono sul piano dei rapporti culturali siano ancora tutti da definire, sul piano delle startup e dei rapporti imprenditoriali bilaterali l’avvio potrebbe essere di gran lunga più veloce, forse già a partire dal prossimo Aprile. Mese in cui Mind The Bridge darà inizio alla sua Startup School, mentre a marzo l’Incubatore di Impresa di Napoli Est effettuerà una prima visita di ricognizione nella Baia di San Francisco.

(07 gennaio 2013)© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Singolarita’ Mon Cher: Kurzweil sulla comunione uomo/matrice digitale

Di Paolo Pontoniere

Ray Kurzweil e’ uno dei maggiori futuristi statunitensi. Come ideatore della Teoria della Singolarità è stato il primo a prevedere un futuro in cui le machine e gli esseri umani convergeranno nella creazione di entità che supererano la biologia e la materia. Esseri metasensienti che vivono nella nuovola digitale nella quale siamo immersi, queste nuove entità sono espressione di un universo parallelo nel quale le rappresentazioni digitali della realtà{ uomini; oggetti; piante e animali si animano gia di vita propria. Nel futuro Kurzweil prevede che saremo capaci di accedere a questo universo con un semplice gesto di mano facendolo emergere dall’aria che ci circonda e interagendoci con le sue matrici multidimensionali di dati informatici-casomai scaricando le nostre banche di memoria nei suoi server—riusciremo finalmente a raggiungere l’immortalità.

Seppure eccentriche alcune delle previsioni di Kurzweil si sono dimostrate vere, come per esempio quelle relative alle machine autopilotate e i telefonini che rispondono alle domande di chi li usa. Kurzweil nel 1999 aveva previsto che ci sarebbero voluti più o meno una decina d’anni. I telefonini adesso rispondono alle domande dei loro prorpietari, concesso ancora in maniera unidirezionale emonodimensionale, e le machine autopilotate sono diventata una realtà con I succesidi quelle progettate da Google. Non guasta che poi Kurzweil a soli 27 anni fosse stato in grado di creare un lettore di testi stampati per ciechi. Oggi Curzweil dirige la Singularity University, finanziata da Google.

Professor Kurzweil a che punto siamo con la singolarità, ritiene di essere in linea con le sue previsioni?

Ma direi proprio di si. Nel mio libro di 5 anni facevo due previsioni fondamentali, una che nel 2029 una macchina avrebbe superato il Turing Test sull’intelligenza e che quindi l’intelligenza artificiale diverrà indistinguibile da quella umana–Touring postulava che l’intelligenza, non importa se artificiale o meno, per diventare supercritica deve raggiungere una certa massa e che prima di quella massa non è per niente evidente. E’ un pò come la fissione nucleare, prima di raggiungere una certa quantità non succede niente ma appena superata quella soglia volano scintille. Nelle previsioni di Kurzweil il passaggio di quella soglia per l’A.I. arriverà nel 2029 (Ndr)—E questo evento da solo non cambierà il mondo perché ai sei miliardi di intelligenze umane si aggiungeranno solo un pò di milioni in più di intelligenze artificiali, un fatto non molto Ray Kurzweilsignificativo a quel livello. Nel 2045 però avremo moltiplicato quell’intelligenza di un miliardo di volte e raggiungeremo l’intelligenza super umana, a quel punto la singolarità si sarà avverata, gli eventi che seguiranno dopo sono di scopo inconcepibile, dato il loro altissimo grado di compessità, dall’intelligenza umana. Ma non si tratterà di un evento discontinuo  che avverrà cioè per rottura, si trattera’ di un evento che seguirà la legge dell’accelerazione graduale.

Nessun salto quindi, nessuna rottura?

No, si tratta di un accelerazione costante e prevedibile, che segue la costante di Moore, ogni anno queste tecnologie raddoppiano la loro potenza, è così da 30 anni. Un computer di oggi è 1000 volte più potente di uno di dieci anni fa e quel tipo di progressione esponenziale si applica non solo all’hardware ma anche al software. Stiamo facendo progressi esponenziali nel capire come funziona per esempio il cervello. Gli esponenziali cominciano a crescere lentamente, i primi raddoppi avvengono a numeri piccoli, così I cambiamenti non si vedono immediatamente. Prenda per esempio il progetto genoma, quello più eclatante, a 7 anni dal suo lancio i ricercatori non erano
nemmeno riusciti a sequenzializzare l’un per cento del genoma, sebbene sembrasse poco quella percentuale era totalmente in linea con la tabella di marcia e infatti poi in meno della metà degli anni impiegati per decifrare l’un per cento sono riusciti a finire l’intero genoma. In quel senso l’hardware che possa permettere l’inserimento in un supercomputer d’una intelligenza della stessa potenza di quella umana in un super-computer umana e’ molto vicina al traguardo. L’annuncio cinese relative alla costruzione loro nuovo supercomputer super veloce lo conferma. Il computer cinese è di soli due fattori di crescita distante dal raggiungimento di questo obbiettivo. E sebbene il software ci impiegherà  più tempo ad arrivare al punto di comprendere come funziona veramente il cervello umano per poter superare le sue potenzialità intellettive si tratta pur sempre di progressi immensi che sono avvenuti tutti nel breve lasso di tempo che è trascorso dalla pubblicazione di La Singolarità è Vicina. Da allora abbiamo imparato a modulare e simulare il funzionamento della corteccia cerebrale, che è poi la regione nella quale conduciamo buona parte del nostro pensiero analitico. Quando avevo pubblicato “L’età delle machine Spirituali”, molti esperti pensavano che per raggiungere questo obbiettivo ci eravamo impiegato centinaia di anni, adesso il consenso generale è che siamo a qualche decennio di distanza. Due, tre, quattro le loro previsioni si stanno avvicinando ogni giorno di più a quelle che avevo formulato io inizialmente.

Vede la progressione che interessa la information technology esplicitarsi anche in altre aree della scienza e della tecnologia?

La legge dei profitti crescenti si applica prevalentemente alla information technology, adesso è possibile che altre discipline, altri settori scientifici e industriali possano subire una forte accelarazione nel ritmo del loro progresso ma questa è un effetto collaterale della singolarità. Alcune da che non erano parte dell’information technology ad un certo punto si trovano a farne parte e la progressione dei loro cambiamenti da lineare diventa immediatamente esponenziale. Una di quelle industrie cher sta attraversando questa fase è per esempio quella della salute e della medicina. Prima non avevamo una chiara comprensione del ruolo che giocano  le infornmazioni nei processi biologici, prima avevamo come una scatola piena di osservazioni alla rinfusa, sapevamo per esempio che una sHuman Kyryotypeostanza faceva diminuire la pressione sanguigna ma non sapevamo molto bene come funzionava e il progresso era lineare. Da non sottovalutare in nessun caso,  anzi molto utile. La durata media della vita mille anni fa era di 23 anni,  era nell’ottocento era arrivata a 37 ma adesso la medicina è come l’informatica. Possiamo riprogrammare i geni, sostituirli in una persona adulta, l’RNA interference può spegnerli e la terapia dei nuovi geni ne può aggiungere nuovi . Abbiamo la cura delle staminali che sta facendo passi da giganti, siamo gia in grado di ricrescere e trapiantare tessuti umani.

Oggi le tecnologie computerizzate vengono inserite in tutti gli oggetti che ci circondano. Chip governano le automobili, i telefoni, le lavastoviglie, le cucine. Dalla casa alle machine, una fetta crescente della nostra quotidianità viene gestita da robot computerizzati che sono in comunicazione incessante l’un coll’altro,. Se la immaginava così la singolarità?

Si, gli sviluppi che lei descrive sono in linea con le mie previsioni anzi le rafforzano. Il computer che ho in tasca  e che mi funziona da telefono è un milione di volte meno costoso di uno di venti anni fa ed è mille volte più veloce. Si tratta di un incremento del rapporto prezzo/rendimento di un miliardo di volte ed è pure 100 mila chili più leggero dei computer chje l’hanno preceduto. E questi trend continueranno a svilupparsi, tra venti anni saranno di un miliardo di volte più efficienti di quelli podierni e saranno rimpiccioliti a tal punto da poter entrare in un eritrocita. Questo ci darà la possibilità di controllare le condizioni fisiche di una persona dall’interno e dall’esterno del suo corpo.

E se questo sta succedendo con le scienze informatiche cosa succederà nel prossimo decennio con le scienze biologiche?

Che creeremo dei composti che potranno cambiare le regole base della biologia cellulare, soluzioni che saranno in grado di accendere o spegnere dei geni precisi, la terapia delle cellule staminali verrà usata non solo per curare ma anche per eliminare le cellule staminali che causano il cancro o per aggiungere cellule staminali che ringiovaniscono il cuore e gli altri organi. Queste tecnologie raggiungeranno la piena maturità tra 15 o 20 anni e saranno a quelpunto un miliardo di volte più potenti di quanto lo siano attualmente.

E sviluppi in altri campi?

I gizmo che abbiamo in tasca diventeranno piccolissimi e saranno cuciti nei nakanahome-ArToolKitnostri indumenti, le immagini saranno proiettate direttamente sulla retina dell’utente, avremo monitor virtuali che galleggiano nell’aria e la realtà augumentata diventerà una seconda natura. Tutto quello che vedremo arriverà con le su informazioni sovraimposte e si tratterà d’una realtà augumentata che non ha bisgno di supporti fisici. Riusciremo a vedere il di dentro degli edifici senza doverci entrare e le nostre conversazioni saranno compartecipative. I nostri amici potranno cioè sintonizzarsi e con piccoli pop-up virtuali invisibili ad altri metodi potranno offire suggerimenti ed informazioni che ci possono essere utili. Queste tecnologie tra 10 anni saranno così piccole che potremo integrarle in strutture microscopiche.

Vede accadere lo stesso anche con le malattie degenerative e i mali d’origine genetica ?

Si vedo la possibilità di eliminare i geni che le causano ma non di eliminare i danni che il loro mal funzionamento avrà già causato per esempio a livello cognitiveo. Noi possimo eliminare il gene o il gruppo di geni che casano le varie condizioni ma non riavvolgere il passato come se fosse un nastro e fargli rivivere gli anni nei quali hanno siubito i danni determinati dalla malattia. Ci saranno metodi per affrontare quei problemi, terapie varie ma la singolarità non può ricostruire la storia, non ancora almeno.

Questo fa giustizia del concetto di privacy perché per avvantaggiarsi di queste scoperte uno deve aprirsi alle analisi come un libro bianco?

Ma vede la gente ha già cambito atteggiamento rispetto alla privacy. Le nostre conversazioni telefoniche, sull’internet, nei social netowrking, con le e-mail, il nostro navigare il web riducono già fortemente la privacy sulla quale contavano le generazioni che ci hanno preceduto. Dobbiamo ripensare a quello che vogliamo mantenere privato. A tal proposito bisogna notare che  la tecnologia per encriptare le conversazioni e i dati si muove con maggiore velocità e fa più progressi di quella per decriptare. Ma dovremo ridefinire di nuovo tutto quello che ci circonda, non solo la privacy, ma anche i diritti di propietà sopratutto quelli intellettuali, anche quelli emergeranno trasformati dall’era della singolarità. Ma non bisognerà attendere la singolarità ridefinire queste cose. E’ un processo che è già in atto adesso. Se prima bastava chiudere la finestra della camera da letto per stare in privato adesso abbiamo tante finestre virtuali nella nostra vita che è praticamente impossibile chiuderle tutte. Lo stesso con la riproduzione del materiale protetto da diritto d’autore, se prima ci voleva una fotocopiatrice o un master per riprodurre un libro o un nastro musicale adesso lo si fa in migliaia di copie con un solo click di mouse e le si trasmette pure in giro per il mondo in una frazione di secondo.

Qualcosa l’ha sorpresa, cose che non ha previsto?

La facilità con la quale la gente pensa che la singolarità sia il sinonimo dell’era dell’utopia, che sottintende la soluzione di tutti i problemi.

E invece?

Invece anche se abbiamo gli stumenti per risolvere tanti problemi, ci dimentichiamo che tecnologia è un’arma a doppio taglio, che con le sue soluzioni si tira dietro sempre altri problema, problemi che non possiamo prevedere e che bisognerà risolvere.

Quante previsioni ha fatto?

Alcuni sostengono solo 5 ma infatti ne ho formulate 140

E su quante ci ha azzeccato?

Direi che al 90 per cento si sono gia avverate, e il dieci si avvererà a tempo dovuto.

Nessuna cantonata?

In parte quella relative alla macchina robotizzata. Pensavo a questo punto sarebbe già stata in produzione industrial e invece non abbiamo che dei prototipi, quelli di Google.

 

 

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