La proteina ammazza tumori

di Paolo Pontoniere

Un metodo rivoluzionario per distruggere le cellule cancerongene in circolazione nel sangue di una persona, prima che queste possano infettare gli organi, è stato scoperto di recente negli Stati Uniti dai ricercatori del dipartimento di ingegneria biomolecolare della Cornell University.  Il metodo, che  risulta efficace nel 90 per cento dei casi, potrebbe essere  presto utilizzato per trattare  i tumori in fase metastatica,  riducendo fortemente il tasso di mortalità della malattia.

La metastasi avviene quando le cellule cancerogene si diffondono in altre parti del corpo. Le radizioni e la chirurgia riescono a trattare i tumori primari, ma rilevare la presenza di cellule cancerogene in circolazione rimane a tutt’oggi molto difficile, rendendo il trattamento della metastasi quasi impossibile. Ma adesso i ricercatori della Cornell potrebbero aver trovato un’elegante soluzione.

Riportata in un articolo pubblicato dal giornale scientifico Proceedings of the National Academy of Science la nuova tecnica prevede l’utilizzo dei leucociti—globuli bianchi—come se fossero delle mine gallegianti nella circolazione sanguigna di un paziente.  I leucociti, ai quali  i ricecatori hanno incollato una proteina killer,  inducono le cellule cancerogene che li sfiorano ad autodistruggersi esplodendo.

“Una volta iniettati i leucociti ai quali abbiamo incollato la proteina assassina, le cellule cancerogene sono fritte”, ha dichiarato Michael King, docente di ingegneria biomolecolare, e direttore del gruppo di  ricerca della Cronell, “Circa il 90 per cento dei decessi da cancro sono causati dalla metastasi, adesso abbiamo trovato un metodo per dispiegare un’armata di globuli bianchi che possono obliterare le cellule cancerogene dalla circolazione sanguigna di un paziente causandone l’apoptosi—la morte”.

Per creare i leucociti potenziati gli scienziati usano un compleso di due proteine: la E-selectin—una molecola adesiva espressa dalle cellule endoteliali quando sono  attivate da processi infiammatori– e la TRAIL, (Tumor Necrosis Factor Related Apoptosis -inducing Ligand), una citochina prodotta dai tessuti sani in risposta a fenomeni invasivi e infiammazione e che causa la morte delle cellule alle quali si collega. La TRAIL è stata usata già dalla metà  degli anni ’90 come bersaglio in molte soluzioni terapeutiche ma con scarsi risulati, questa è la prima volta che produce una risposta così alta.

Nel binomio sintetizzato dai ricercatori staunitensi la E-selectin, funziona da collante tra la TRAIL e il leucocita mentre la TRAIL, adesso espressa sulla superficie del globulo bianco, fa da fuso che fa esplodere tutte  le cellule tumorali con le quali viene in contatto il leucocita.

“E’ un risultato sorprendente”, ha dichiarato King, “Riprogrammare i globuli bianchi in circolazione è più efficiente che bersagliare le cellue cancerogene direttamente con  liposomi o proteine solubili”.

E il conumbio funziona meglio in vivo che in vitro. Infatti quando sperimentato in soluzione salina il tasso di efficacia era solo del 60 per cento, iniettato in animali di laboratorio l’efficacia ha sfiorato  il 100 per cento dei casi, eliminando quasi del tutto le cellule cancerogene. La prossima tappa è dare inizio alle prove cliniche.

 

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E I Maker Italiani Sbarcano a Silicon Valley Grazie a Mind the Bridge Foundation

3 marzo 2014 Italian Innovation Day 2014

Computer History Museum, Mountain View – California

“We are the Makers” Manufacturing and Design 2.0

Un’occasione per presentare la Startup Europe Partnership e le nuove opportunità di investimento nel Vecchio Mondo un’opportunità di incontro tra imprenditori, investitori, business leader e mentor europei e statunitensi una vetrina per la nuova generazione di “makers” europei orientati alle nuove tecnologie.

Dopo una lunga recessione, l’Italia e l’Europa intera sono tornate sulla scena economica mondiale con nuove politiche per attrarre investimenti diretti esteri e piattaforme per promuovere nuove ondate di innovazione: l’edizione europea della Makers Faire e il recente avvio della Startup Europe Partnership, iniziativa paneuropea supportata dalla UE che promuove l’incontro tra la le migliori startup europee e le grandi corporation.

L’Italian Innovation Day, con il supporto di Consulate General of Italy in San Francisco, intende celebrare il meglio della tecnologia e dell’innovazione italiana nel corso di una mezza giornata dedicata all’incontro con gli investitori. Sarà anche l’occasione per dare spazio alle più promettenti aziende in ambito New Manufacturing (manifatture artigianali e makers).

- Scopri i Makers invitati all’Italian Innovation Day 2014 – Speaker (elenco provvisorio)

Domenico Arcuri, Invitalia

Mauro Battocchi, Console Italiano a San Francisco

Enrico Moretti, UC Berkeley 

John Hartnett, SVG Partners

Steve J. Luczo, Seagate

Riccardo Luna, Maker Faire Rome

Marco Marinucci, Mind the Bridge Foundation

Francesca Mazzocchi, CNA

Fernando Napolitano, Italian Business & Investment Initiative

Alberto Onetti, Mind the Bridge Foundation & Startup Europe Partnership … e altri ancora 

Programma 4:00 — 4:15 Welcome Mauro Battocchi, Consul General of Italy in San Francisco Marco Marinucci, Founder and CEO of the Mind the Bridge Foundation

4:15 — 5:15 EU Strikes Back EU commission : Investing in European Startups: the Startup Europe Partnership

Invitalia: “Destinazione Italia”: Italy as a Best-Kept Secret for FDI

Seagate: Investment in Europe: the perspective of an American executive rediscovering his roots

Silicon Valley Global:European networks in Silicon Valley, The Irish perspective

5:15 — 5:45 Coffee Break

5:45 — 6:45 Manufacturing 2.0, A new Generation of Tech Craftsmen

The New Tech-Oriented Generation of European Craftsmen: From Artisans to Makers Makers Faire European Edition: the New Frontier

6:45 — 7:15 Companies Presentation: Pitches from selected new Italian Makers

7:15 — 9:00 Meet the exhibitors of Italian innovative manufacturing.

A networking dinner will be offered.

9:00 Closing * * * Evento organizzato da Mind the Bridge in collaborazione con il Consolato Italiano a San Francisco.

Sponsor dell’evento Exprivia Squire Sanders Partner dell’evento BAIA IB&II SVIEC * * *

Mind the Bridge La fondazione Mind the Bridge è un’organizzazione non profit, con sede in Italia e Stati Uniti, fondata nel 2007 da Marco Marinucci. Il Chairman è Alberto Onetti. L’obiettivo della fondazione è quello promuovere un ecosistema imprenditoriale sostenibile, stimolare le idee più innovative e rinvigorire la nuova venture economy, offrendo formazione imprenditoriale a 360 gradi. Mind the Bridge fornisce a startup, investitori e manager un’esposizione diretta al più esperto ecosistema imprenditoriale del mondo, la Silicon Valley. L’obiettivo finale del Mind the Bridge è quello di contribuire a creare in Europa una nuova generazione di imprenditori e storie di successo. Dal 2014 è stata chiamata dalla Commissione Europea a guidare la Startup Europe Partnership. http://mindthebridge.org – - –

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Donne al Volante per il successo dell’automobilismo USA

di Paolo Pontoniere

Dire che la nomina di Mary Barra a CEO della General Motors, la seconda casa automobilistica del mondo, è un fatto rivoluzionario è poco. Prima le donne di cervello fino a Detroit le relegavano in ruoli di supporto tecnico o diventavano la “trophy wife” di qualche alto diriegente. Come nel caso di Lucille Poli, che 60 anni prima di Barra s’era fatta assumere alla Chrysler come ingegnere meccanico. L’ingegnere più bello della Chrysler l’avevano soprannominata e pur di allontana dalla sala motori la spedirono ad Hollywood a fare pubblicità. I suoi micrometri e i suoi compassi rimasero nel cassetto, la carriera tecnica non si materializzò mai.

Barra invece prima di arrivare al guida della GM ha fatto la gavetta, passando da un apprendistato a 18 anni, a studiare ingegneria al General Motors Institute per poi approdare alla guida della potentissima divisone Pontiac Motors. Barra è la tipica self-made woman Americana e arriva al volante della GM in un momento in cui, dopo la bancarotta del 2009, questa si contende di nuovo la corona di casa principale dell’automobilismo mondiale con la Toyota. Con una nuova immagine pubblica, una forte espansione in Asia, modelli eco compatibili negli USA e tre delle migliori auto del momento (secondo Consumer Report), e sopratutto un nuovo modo di pensare macchina la GM vola alto. E a Barra appartengono i suoi successi piu significativi come la Cadillac CTS, per sei anni consecutivi tra le 10 migliori macchine dell’anno, e l’introduzione di sitemi produttivi zero waste con modelli che sono costruiti usando le stesse compontenti.“Mary Barra sevirà da ispirazione alle donne in cerca di realizzazione”, afferma Linda Hasenfratz, CEO della Linamar Corp., un’azienda che fabbrica trasmissioni automobilistiche e componentistica per le maggiori marche mondiali, “alcune finiranno finalmente coll’accettare l’idea che gli piacciono la matematica e le scienze e visto che una donna è stata appena nominata CEO alla GM forse decideranno di seguire il suo esempio”.

Ma Barra non e l’unica ad aver sfondato il soffitto di vetro che separa le donne dalle boardroom delle aziende automobilistiche del Nord America. La stessa Hasenfratz fa parte di un gruppo crescente di donne che stanno assumendo posizioni di controllo a Detroit.

In parte perchè la grande recessione ha liquidato gli “old boy networks” che controllavano il settore e in parte perchè le donne accontano per l’acquisto diretto del 65 per cento di tutte le nuove autovetture, (e ne influenzano fino al 95), comprendere il punto di vista femminile è un fattore di importanza vitale per la sopravvivenza dell’industria automobilistica statunitense.  Così, dopo una gavetta ventennale,  Pamela Nicholson l’autunno scorso è assurta al soglio di CEO della Enterprise Rent-a-Car, la più grande agenzia di rent-a-car planetaria. Con 75 mila addetti, un fatturato di 18 miliardi di dollari, e 8000 uffici, la Enterprise è il barometro dei gusti di “Motor Town”: dal momento che acquista oltre il 7% delle auto prodotte negli USA; i modelli che piacciono alla Nicholson finiscono coll’essere quelli che guideranno gli americani.

Melinda K. Holman, CEO dello Holman Automotive Group, che include concessionarie, componentistica, motori e leasing, invece è nipote del fondatore dell’azienda e ha assunto la direzione di una ditta con migliaia di addetti e un network internazionale di concessionarie in rapidissima espansione.

E le nuove regine dell’automobilismo non vivono isolate in una torre d’avorio. Alla Holman Katherine Andreola Mullin, responsabile degli affari legali, occupa una poltrona tradizionalmente riservata ai maschi. Alla Enterprise oltre a Jo Anne Taylor Kindle, che è presidente, altri tre dirigenti di punta sono donne, mentre alla GM sei delle maggiori cariche aziendali, oltre a quella di Barra, sono occupate da donne. Prima della bancarotta le executive erano tre su 54.

“Prima, sarei stata l’unica donna nella stanza”, dichiara Grace Lieblein, vice presidente, della GM, “Oggi nei meeting spesso siamo solo donne”.

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La vera faccia del divario digitale

di PAOLO PONTONIERE
SAN FRANCISCO - La vera faccia del divario digitale? Un gruppo di senza casa e attivisti politici che il mese scorso picchettavano la sede di Twitter a San Francisco mentre a Wall Street i fondatori della mega startup lanciavano una Ipo (offerta pubblica iniziale) multimiliardaria. Il divario tra i fortunati del boom delle startup e quelli che da questo boom invece finiscono con essere travolti non poteva essere più stridente. Tanto che la super agenzia giornalistica Reuters, vedendovi l’espressione di un malessere sociale con radici profonde, s’è sentita in dovere di riportare la protesta:

“La Ipo di Twitter mette alla luce gradi frizioni economiche a San Francisco” titolava l’agenzia, notando che il successo di San Francisco come nuovo centro di potere di Silicon Valley contribuisce a spingere le sue contraddizioni sociali verso il punto di non ritorno. Ma non si tratta solo di un discorso economico, è un vero e proprio scontro di potere. Intervenendo nel dibattito anche Salon. com, ha dedicato un servizio speciale agli eccessi dei nuovi ricchi della startup economy. ”L’impenetrabile 1 per cento” l’ha titolato. Descrive come vivono separatamente, come stanno spingendo le minoranze economiche e etniche ad abbandonare la regione e di come assorbono risorse e non pagano le tasse. E il servizio non stigmatizzava solo colossi come Apple, che già dall’epoca di Steve Jobs era maestra di paradisi fiscali, ma anche ditte più democratiche. Proprio come Twitter che, per rimanere a San Francisco, ha preteso che il Comune la esonerasse dal pagamento delle tasse.

Sollevando ulteriormente il tiro della polemica è poi intervenuto Newsweek ribattezzando la regione “Oligarch Valley” in un reportage che descrive i comportamenti eccessivi della nuova élite tecnologica e ne denuncia la ricchezza senza precedenti. Comportamenti bizzarri come quelli di Sean Parker, cofondatore di Napster, che s’era sposato nelle foreste di Sequoia a sud di Silicon Valley in un matrimonio da 4,5 milioni di dollari che pareva uscito dal Signore degli Anelli, non aiutano poi a dissipare l’impressione che i geek di Silicon Valley non sono meno avidi, vanitosi e appariscenti degli oligarchi russi. La possibilità che il modello di sviluppo startup stia arrivando al capolinea è un’ipotesi accreditata anche da osservatori ed attivisti politici indigeni come Chris Carlsson  ”È difficile immaginare come possa continuare. Si creano pochi prodotti utili e la crescita è gonfiata dalla speculazione”, afferma Carlsson, autore del best seller Nowtopia e uno dei fondatori del movimento Critical Mass, “Stiamo vivendo una trama già vissuta. È accaduto negli anni 80 e poi di nuovo con le dot com nel 2000. Adesso ci prepariamo allo scoppio della bolla delle startup e dell’economia delle app”.

Tra i fondatori di Processed World, il primo periodico (adesso defunto) dedicato all’analisi delle società informatica, Carlsson è un esperto di bolle digitali, “A conti fatti il boom delle startup si sta trasformando in una massiccia crisi abitativa”. Si costrusicono poche case, la regione è seconda come densità urbana solo a quella di New York, e gli affitti stanno raggiungendo le stelle. Un monolocale nella zona della Peninsula – la lingua di terra che va da San Francisco a San Jose abbracciando in pratica tutta la Silicon Valley – supera i 2000 dollari mensili mentre a San Francisco in alcune zone va oltre i 3000 e l’affitto medio regionale è arrivato a 3500 dollari. Secondo l’Economic Policy Institute, una think tank di Washington Dc, per vivere nella Greater Silicon Valley – la regione che va da San Jose a Sud, a Marin City a Nord e Oakland e Berkeley ad Est – una famiglia di 4 persone deve guadagnare 84.133 dollari l’anno.

Ma oltre all’intasamento delle freeway all’inurbamento accelerato degli spazi pubblici, e a sottoporre i servizi della regione ad una pressione che li mantiene costantemente al limite delle loro capacità, le legioni di startup e startuppisti che calano da tutto il mondo su Silicon Valley – quasi il 30% della forza lavoro della regione – creano anche posti di lavoro: 45mila del 2011 e 65mila erano previsti l’anno scorso (vedremo se raggiunti). La sola San Francisco in un anno ha registrato un incremento del 12 per cento dell’occupazione nel settore mentre dal 2006 al 2011 la crescita occupazionale complessiva è stata del 27,8%. Nel 2011, la crescita delle startup ha fruttato oltre 9 miliardi di investimenti da parte degli investitori.

“Il boom delle startup non crea solo squlibri ma anche opportunità e diversità”, afferma Jonathan Weber, ex direttore di The Industry Standard, il mensile online che alla fine dei Novanta era diventato la bandiera di internet. “Le diseguaglianze economiche le si può affrontare con misure fiscali non condannando il modello startup”.

Anche l’italiano Marco Marinucci, fondatore di Mind the Bridge Foundation, uno dei più attivi acceleratori di impresa di Silicon Valley, vede positivamente le dinamiche che stanno investendo la valle. “Il tempo dell’overdose da acceleratori che sta imperversando in altre parti del mondo a Silicon Valley è passato”, dice Marinucci. “Non si spargono capitali a cascata ma ci si focalizza su progetti che hanno già una monetizzazione provabile e sono scalabili, mentre gli incubatori si stanno evolvendo in scuole vere e proprie con l’intento di preparare professionisti in aree specifiche”.

La conferma che il modello startup si sta evolvendo arriva anche da Mohannad El-Khairy, responsabile internazionale di Plug and Play, uno dei più famosi incubatori di startup della regione. “Uno degli errori che le startup fanno più spesso è quello di lavorare troppo sul business plan e troppo poco sul prodotto, pensano che una volta trovati i capitali è fatta, e invece non capiscono che quello è il momento quando comincia il lavoro vero”, dice El-Khairy, “La fase è cambiata bisogna progredire. Non basta più di creare un prodotto che vende, bisogna creare un prodotto che risponde anche ad un’esigenza sociale, il trend è oramai in direzione dello startuppismo socialmente responsabile. Il mantra dello startupper del futuro deve essere ‘affronta un problema che assila l’umanità e risolvilo’”.

 

 

 

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Stanene dei miracoli, il nuovo oro della Valley: dallo stagno il futuro dell’hi-tech

Il nuovo materiale basato sullo stagno potrebbe diventare a breve l’elemento di riferimento per la costruzione dei microchip. Favorendo l’aumento di prestazioni e l’abbassamento dei costi, grazie a proprietà uniche, Surclassando il grafene
di PAOLO PONTONIERE

 

Stanene dei miracoli, il nuovo oro della Valley: dallo stagno il futuro dell'hi-tech

E SE INVECE di chiamarsi valle del silicio, la Silicon Valley venisse ribattezzata valle dello stagno? L’ipotesi, tra il serio ed il faceto, è stata avanzata di recente da Shoucheng Zhang, docente di fisica alla Stanford University di Palo Alto, in California, e dirigente dello Stanford Institute for Materials and Energy Sciences, un dipartimento dello SLAC, l’alter ego statunitense del CERN.

In fondo prima di chiamarsi Silicon Valley, l’area si chiamava Microwave Valley, ed è solo con l’invenzione del microprocessore di silicio che diventa Silicon Valley. Ma Stanene? In fondo, ragionava Zhang durante la conferenza stampa nella quale ha presentato alla stampa scientifica questo nuovo metallo concepito dal suo laboratorio, prospettando un futuro in cui la circuitazione dei computer invece di essere costruita in silicio sarà fatta proprio di stanene, il cambiamento di nome non sarebbe poi tanto assurdo.

Presentato al pubblico per la prima volta a novembre, lo Stanene – dal latino stannum (stagno) fuso con il suffisso ene di grafene – ha lo spessore di un solo atomo ed è composto da una matrice bidimensionale di atomi di stagno e di fluoro collegati da legame chimico. E, comportandosi meglio del grafene, “materiale delle meraviglie” al quale hanno fatto riferimento i ricercatori per scegliere il nome del nuovo composto, lo stanene ha la capacità di condurre eletricità senza opporre resistenza e annullando del tutto la dispersione della corrente. In sintesi lo stanene potrebbe rivelarsi il  Sacro Graal della transistorizzazione, permettendo di costruire circuiti elettrici nei quali gli elettroni si muoiono in flussi ordinati e unidirezionali a velocità comparabili, o superiori, di quelle dei superconduttori ma a temperatura ambiente, o addirittura al di sopra del punto di ebollizione dell’acqua. Inoltre, utilizzando materiali che sono abbondanti in natura e che non minacciano l’ecosistema.

Certo i collegamenti tra i microprocessori e le altre componenti dei computer continuano a presentare problemi di attrito e parassitismo elettrico, e quindi continueranno a produrre caldo eccessivo, ma avendo ridotto la dispersione e il surriscaldamento interno del microchip, lo stanene potrebbe contribuire in maniera determinante all’introduzione di computer superveloci. Che consumerebbero meno energia di quelli esistenti  e sarebbero anche meno costosi.

La “superconduttività” dello stanene a temperature ambiente è dovuto ad una proprietà che i fisici definiscono isolamento topologico: una proprietà per la quale mentre non permette il passaggio dell’elettricità al suo interno, un materiale può contemporaneamente non opporre alcuna resistenza al passaggio di elettricità sula sua superficie o lungo i suoi spigoli. Conosciuto come “effetto Hall quantistico di spin, la proprietà stabilisce che gli elettroni che circolano sulla superficie di un isolante topologico si muovono tutti nella stessa direzione senza esercitare frizione come se seguissero un flusso continuo di energia.

Per visualizzare l’effetto di Hall si immagini che gli elettroni di un materiale si muovano ruotando su se stessi come se fossero delle piccolissime barre magnetiche con un polo positivo e uno negativo, la cui direzione è influenzata dalle perturbazioni fisiche del materiale, dai campi magnetici e dalle interferenze che gli elettroni esercitano l’uno sull’altro. Quando finiscono con lo sbattere l’uno nell’altro o “inciampare” in una imperfezione del materiale gli elettroni assumono direzioni imprevedibili e possono anche ritornare sui propri passi, cosa che non solo causa un significativo dispendio di energia ma che surriscalda anche il metallo al quale è stata applicata la corrente elettrica.

Storia totalmente diversa nel caso degli isolanti topologici. In questo caso la rotazione degli elettroni finisce col sincronizzarsi con quella del loro movimento longitudinale creando un flusso unidirezionale che elimina il rischio di marce indietro, di oscillazioni casuali, e che gli imprime velocità altissime. Sebbene non registrino resistenza, e quindi non causino dispersioni, in matrici tridimensionali gli elettroni degli isolanti topologici possono ancora collidere lateralmente tra di loro sviluppando calore e fenomeni elettrici parassitari. Diverso il comportamento in un strato a due dimensioni, dove non c’è spazio che per muoversi in una sola direzione senza diversioni laterali, qui gli elettroni si organizzano in flussi paralleli come se fossero automobili nelle corsie di un’autostrada. ”La bellezza degli isolanti topologici è proprio quella di riuscire a far muovere gli elettroni ad altissima velocità in una sola direzione con una conduttività del 100%, è come se si trovassero in delle corsie automobilistiche tedesche”, afferma Zhang, “eventualmente lo stanene sarà usato per costruire circuiti avanzatissimi, ivi compreso sostituire il silicio contenuto nei transistor e nei microchip”.

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