Intervista a Roger Lextrait, Re di Palmyra, l’ultimo eremita
Paolo Pontoniere
Palmyra e’ un atollo deserto situato nel mezzo del Pacifico quasi a meta’ strada tra le Hawaii e le Isole Samoa, Lextrait ci ha vissuto otto anni da solo.
Qual’è il suo rimpianto più grande da quando è tornato da Palmyra?
Aver rovinato il rapporto con mia figlia Mandolin. A causa del mio stile di vita ci siamo persi di vista.
Perché ha deciso di ritornare alla società civile?
Dopo venti anni di navigazione solitaria e otto come eremita a Plamyra, m’era parso che fosse tempo di tornare a vedere cos’era successo nel mondo civilizzato. Pensavo d’essere preparato allo shock che avrei subito. Mi sbagliavo, fu più forte di come lo immaginai, mi fece quasi perdere la testa.
In che senso?
Ad un certo punto caddi in uno stato di profonda depressione. Mi domandavo se ce l’avrei fatta a sopravvivere in questa società. Passati i benvenuti inziali ci volle poco prima che cominciassero le grane. I miei amici erano stati molto bravi. Erano tutti li a darmi il benvenuto quando arrivai allo Yacht Club di Honolulu. Facemmo feste, celebrammo come Roro il Dio dei pesci comanda, poi…. tutti avevano da fare. Indaffaratissimi. Attraccai la barca ad uno dei moli del porto e mi dissero che non potevo stare li che dovevo muovere che ero nella zona delle barche grandi, il Cous Cous—la mia barca—misurava appena 15 metri. E che poi non potevo lasciarla senza supervisione. Un giorno la polizia mi fece una multa perché avevo appoggiato la bicicletta ad un albero.
Le impressioni della gente, come reagivano alla sua storia, come reagiva lei alle loro reazioni?
In superficie tutti molto interessati. Tanti ma si? Ma come? E’ possible? E la solitudine? E come ti invidio, e via dicendo. Ma nessuno aveva veramente tempo per me. Io a mia volta li vedevo come gente che aveva un guinzaglio al collo che non gli permetteva d’essere liberi. Avevo goduto di tutta quella libertà, di orizzonti sconfinati.
Cosa la impressionò di più?
Non molto. Se si fa eccezione per i celulari, quasi niente. Un giorno vedo uno andare in giro
su una biciletta con questo coso all’orecchio e non potevo capire cosa fosse, quando me l’ha detto non ci potevo credere. Poi ho scoperto che tutti passavano il tempo al computer e al telefono e che di passare il tempo a guradare il mare, i surfisti e le onde non se ne parlava nemmeno. Le mie impressioni inziali furono sopratutto negative. Il costo della vita era arrivato alle stele. Adesso c’erano leggi che regolavano tutto, norme per questo e per quell’altro. Sulla spiaggia c’era un segnale con una ventina di regole da rispettare. Dire che era esagerato è dire poco.
Ha mai pensato che durante i suoi anni di eremitaggio le era mancato qualcosa ma non se n’era reso conto?
No al contrario il ritorno mi confermò che non m’era mancato nulla della vita moderna. A Palmyra avevo tutto quello di cui avevo bisogno. Vivevo in armonia con la natura, con il mio ambiente. Nel mondo moderno la gente sembra aver biosogno di tutti i tipi di diavolerie elettroniche per essere felice. C’è molto materialismo. Io sono di gusti più semplici, un tramonto, un buon pranzo, i miei cani e il gioco è fatto.
Il desiderio di ritornare a Palmyra le ritornò non appena mise piede sul molo di Honolulu?
Non di ritornare a Palmyra ma di cominciare una nuova avventura. Le cose con me funzionano così vado sempre avanti. Al mio ritorno cominciai a sognare l’isola in maniera inquietante. Alcune volte l’atollo era stracolmo di persone e non riuscivo a trovare i miei cani. La solitudine è dura da combattere, senza i miei cani non ce l’avrei mai fatta, erano due super compagni, e anche il mio gatto. Ancora oggi mi mancano tantissimo. Il pensiero di diventare un cittadino normale con una vita dalle 9 alle 5 mi terrorizzò immediatamente.
Le riusciva dificile fare le cose di tutti i giorni? Cose come mangiare, dormire, esercitarsi? Ha dovuto avvalersi di un aiuto terapeutico?
No, ma a due settimane dal mio ritorno ero profondamente depresso. Non riuscivo a mangiare e a dormire, persi una ventina di chili. Lo shock culturale era insostenibile, non si dimentichi che gli ultimi 28 anni li avevo trascorsi in una solitudine quasi totale, se si escludono il mare, i pesci e gli uccelli. Non me la stavo cavando bene e se non fosse stato per alcuni amici che mi misero a lavorare sulle loro barche sono sicuro che sarei impazzito. Ma poi il magone cominciò a dissiparsi. Cominciai a sentirmi meno depresso e incontrai anche la mia futura moglie, Jayne Lextrait, una infermiera e così ricominciai a respirare. Cominciammo anche a fare viaggi verso l’Europa e la Nuova Zelanda, una cosa che si rivelò non solo un divertimento ma mi aiutò anche a ritrovare una spinta verso l’avventura.
E’ stato difficile riadattarsi a rifare tutte le cose della vita moderna, come lavorare, rifare amicizia, innamorarsi, avere a che fare con le autorità?
Per riadattarmi mi ci è voluto un pò più di un anno e tutto l’amore di Jayne, ma non passa giorno che non ripenso alla mia avventura a Palmyra come ad un periodo magico, quasi un sogno.
La cosa che le è piaciuta di più una volta tornato e quella che le è piaciuta di meno?
La cosa che mi piaceva di più era la facilità con la quale potevi prendere un aeroplano e andare a visitare un posto lontano. Bere una birra fredda. Mangiare francese, italiano o greco. Fare una visita medica, prendersi cura dei denti, tutte cose che bastava sollevare la cornetta telefonica per trovarle. Alcune volte sull’isola il desiderio di una birra fredda era tanto forte che mi faceva diventare claustrofobico. La parte più dura viene quando penso agli animali che mi sono lasciato dietro, alle migliaia di uccelli, alle mante e agli altri pesci, mi mancano tantissimo, ma nella vita non si può ottenere tutto, non si può vivere di rimorsi, in fondo il tempo che ho trascorso sull’isola me lo sono goduto al massimo.
Quando ha lasciato l’isola si è accorto che aveva punti di forza e momenti di debolezza dei quali non era cosciente precedentemente?
Sono sempre stato una persona abbastanza forte. Da giovane emigrai in America e prima
di darmi alla navigazione solitaria ero diventato un imprenditore di successo. In genere sono una persona abbastanza positiva, infatti evito i pessimisti, i cambiamenti li vedo sempre come una cosa positiva. Mi resta pure una grande energia per impegnarmi in progetti nuovi. Mi aiuta tantissimo la meditazione, la usavo anche sull’isola quando volevo evadere, lo facevo nella mia testa.
Pensa che un’esperienza come la sua sia alla portata di tutti?
Non c’è dubbio, è un’esperienza che trasfroma una persona. Per farla si deve essere disposti ad impegnarsi totalmente col corpo e con la mente e rimanere totalmente focalizzati. Se uno è in grado di restare focalizzato e di coinvolgersi con la realtà circostante il premio è enorme.



